DONATO AVENIA RACCONTA KOBE

Un lutto ancora difficile da metabolizzare, l’incredulità che invece di diminuire aumenta con il passare dei giorni, gli sguardi persi dei giocatori e di chi lo ha conosciuto, eppure il mondo va avanti.
Il modo migliore per provare ad andare oltre sembra quello di parlare del passato, raccontare aneddoti, rivivere ciò che è stato, insomma, far finta che Kobe sia ancora qui con noi.
E allora noi proviamo a farlo, raccontando di quando Kobe era bambino tramite l’esperienza e le parole di Donato Avenia, compagno di Joe Bryant in quel di Reggio Calabria, passando da quelle incise su carta stampata nel libro “Il morso del Mamba” di Fabrizio Fabbri ed Edoardo Caianiello a quelle rilasciate alla nostra redazione dopo la tragedia di domenica scorsa.
Ecco un pezzo tratto dal libro sopracitato:

[…]Sul carattere difficile del ragazzo Donato Avenia non è d’accordo:
“Magari la NBA potrà anche averlo cambiato, bisogna capire anche chi gli gravita attorno ora, ma in quella stagione a Reggio io ricordo un Kobe solare, sempre sorridente e molto educato. Certo non aveva il carattere di Joe che sembrava ed è rimasto uno di Napoli nato per caso a Philadelphia, ma da qui a farlo passare per un silenzioso altezzoso ce ne passa”.
Kobe ogni tanto lo ha sfidato:
“Sì, ma non voglio perdere nemmeno giocando a briscola con le mie figlie e l’ho sempre battuto, magari gli lasciavo qualche canestro di vantaggio ma poi non gli regalavo nulla. Ma ogni tanto una finta, una giocata di istinto del piccoletto mi lasciava di stucco. Io andavo da una parte e Kobe dall’altra. Qualcosa si intuiva”.
Quel qualcosa portò poi il piccolo figlio di Joe a diventare una stella della NBA.
“Ricordo un anno, quando giocavo a Roma con la Virtus, ci fu una partita in cui furono invitati i vecchi campioni del Bancoroma che aveva vinto lo scudetto. Tra di loro c’era anche Kim Hughes che quella formazione, prima di infortunarsi e lasciare il posto a Clarence Kea, aveva fatto parte. Ci salutammo e scambiammo delle impressioni. Lui appena arrivato dagli USA mi chiesa se immaginavo chi fosse in quel momento, penso fosse i 1996, il giocane più forte degli Stati Uniti. Pensai che Kim mi parlasse del suo di figlio o di quello di Dan Caldwell. E invece no, si riferiva a Kobe”. […]

Donato Avenia

Ciao Donato. Considerando l’entità della tragedia, quando il lutto sarà in un certo senso elaborato e passerà questo periodo di dolore e commemorazione, ci sarà una NBA pre e post-Bryant? Che eredità lascia Kobe?

“Anche gente che non ha mai visto o seguito la pallacanestro mi parla di questa tragedia, tra l’altro sono morte nove persone quindi l’evento è stato tragico nei confronti di tutti.
Sicuramente ci sarà un dopo perché questo, secondo me, farà da spartiacque. Vedere la commozione di tutti i giocatori, Carmelo Anthony che non se la sente di giocare allo Staples, LeBron che piange come un bambino, ti fa capire l’impatto che ha avuto la morte di Bryant sulla NBA.
L’eredità è la ‘Mamba Mentality’ che già qualcuno porta avanti: Tatum, Antetokounmpo e Leonard, tra gli altri, si allenavano con Bryant e la speranza è che possiamo un giorno rivedere in loro il carattere che aveva Kobe.”

Quanto hanno influito le varie esperienze italiane di Kobe in quello che poi è diventato?

“Come per ogni cosa viaggiare ti aiuta, conosci gente nuova e gente diversa, già andare da Rieti a Reggio Calabria era un cambiamento significativo, poi spostandoti verso Pistoia e Reggio Emilia trovi di nuovo ambienti completamente diversi.
Penso che lui si sia trovato bene perché all’epoca tutti i ragazzini che venivano dall’estero erano trattati benissimo. Lui, come ha detto spesso, qui da noi ha lavorato molto sui fondamentali, cosa che in America a quell’età non fai. Certo, poi se è diventato il giocatore più forte del mondo è anche merito del lavoro svolto in America, però qui ha imparato tanto.”

Joe Bryant

Nella tua carriera hai avuto a che fare tanti ragazzini, da dove nasceva la sua sfacciataggine nel voler sfidare ad otto anni i giocatori di categoria? C’era qualcosa che lasciava presagire il campione che sarebbe diventato?

“Noi eravamo una famiglia, eravamo a contatto tutti i giorni quindi è normale stringere un rapporto personale con tutti.
Kobe non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno. Pensa che Puglisi (ai tempi allenatore di Reggio Calabria) si innervosiva tantissimo perché quando ci allenavamo nessuno doveva parlare, e quando ci allenavamo a metà campo puntualmente Kobe prendeva il pallone e andava a tirare dalla parte libera.
Una volta il mister si avvicinò per cazziarlo e Kobe, che aveva 8 anni, gli rispose: “Fuck you!”.
Aveva l’argento vivo addosso, non stava mai fermo, aveva sempre il pallone in mano ed era più bravo dei suoi coetanei a giocare, ma da qui a dire che sarebbe diventato il giocatore più forte del mondo ce ne passa.”

Un’ultima curiosità: davvero Kobe si arrampicava sul tabellone mentre vi allenavate?
“Sì, sempre. Si arrampicava dappertutto, ogni tanto ti giravi e lo vedevi che guardava la partita poggiato dietro al tabellone del canestro. Noi ci preoccupavamo e invece Joe era tranquillissimo.
Era davvero un bambino dolcissimo, non ha mai mancato di rispetto a nessuno.”

Si ringrazia Donato Avenia per la disponibilità, sperando di avervi strappato un sorriso ricordando alcuni momenti dell’infanzia di un bambino diventato leggenda.

Articolo di Simone Zurlo per Basket Inside

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