KIM HUGHES RACCONTA COACH BENVENUTI

L’Associazione Culturale Viola Inside è lieta di comunicare che la Giunta Comunale della Città di Reggio Calabria ha approvato la delibera di intitolazione del Palazzetto di Largo Botteghelle a Gianfranco Benvenuti.
L’amministrazione ha voluto, in tal modo, rendere omaggio alla memoria di un allenatore dalla caratura nazionale unanimemente riconosciuta che è stato un grande interprete e testimone dei valori autentici dello sport, protagonista a Reggio Calabria dei successi della Viola degli anni ‘80, squadra che sotto la guida di Coach Benvenuti è stata promossa dalla serie B fino al massimo campionato di A1.
Successi maturati proprio in quel palazzetto che fu teatro delle meravigliose pagine scritte dalla formazione Reggina.
VIola Inside, nel ribadire il proprio ringraziamento all’Amministrazione Comunale, comunica altresì che la cerimonia di intitolazione avrà luogo il 27 maggio p.v. alla presenza dei familiari e di dirigenti, tecnici e giocatori di quel periodo.

Kim Hughes racconta Coach Benvenuti

Benvenuti aveva una filosofia di gioco che prevedeva che la palla andasse dentro l’area: passare la
palla sotto, provare una soluzione vicino al canestro e se hai un pivot efficace il tiro è più facile; ci
diceva sempre di passare la palla dentro e, se gli avversari raddoppiavano noi lunghi per forza
dovevamo passare la palla fuori. Ovviamente a me piaceva questo sistema di gioco.
Per quanto riguarda la difesa pensava, come me, che si può vincere un campionato solo se difendi:
qualche volta si può vincere una partita soltanto con l’attacco, ma per vincere un campionato la
squadra deve essere molto forte in difesa. Benvenuti aveva la mentalità per imparare, infatti
parlavamo spesso della NBA, di come giocavano gli altri paesi, di cosa potevamo fare noi per
imparare qualcosa; il suo punto forte consisteva nel “rubare”, per esempio essendo stato
allenatore negli Stati Uniti, lui mi chiedeva se avessi visto qualche schema, qualche tipo di difesa
che poi lui potesse usare. Era così, se per caso giocavamo con una squadra che usava un certo
schema contro di noi e che era molto efficace, noi provavamo quello schema la settimana dopo. A
me piaceva questa mentalità, questo voler sempre imparare qualcosa di nuovo.
Noi giocavamo e avevamo capito quello che dovevamo fare, ma capitava anche che, qualche volta,
sbagliassimo e lui si arrabbiava tantissimo; tuttavia uno dei suoi pregi era che subito dopo aver
gridato e spiegato, capiva che si doveva andare avanti e si ricominciava, senza vivere nel passato e
lasciare che l’arrabbiatura durasse per settimane.
Ricordo che lui aveva sempre problemi con Mark Campanaro, che ha giocato molto bene per noi,
ma era un tipo che non voleva allenarsi. Mark pensava che la partita fosse una cosa importante,
ma non gli piaceva l’idea di dover fare tanti allenamenti ed io avevo spiegato al coach: “Invece di
perdere tempo gridando a Mark per venti minuti, se capisci che non è pronto per allenarsi va
bene, andiamo avanti”. Abbiamo discusso spesso per questo, lui mi diceva: “Come faccio a
capirlo?” e la mia risposta era: “Coach, se Mark arriva con il cane vuol dire che non vuole fare
niente!” Nel momento in cui ha capito che andava così, che non voleva allenarsi e poteva solo
guardare, abbiamo iniziato ad avere meno problemi. Agli allenamenti di mattina Mark non voleva
venire mai, ed io avevo tentato di spiegare al coach: “Vuoi uno che è qui, ma non vuole essere qui?
E che può disturbare gli altri giocatori giovani? O vuoi giocatori che vogliono stare qui per fare pesi
o provare i tiri? Questo con Mark non è possibile!”. Quando il coach ha capito che non poteva
cambiare la mentalità e la testa dura di Mark, e noi giocatori stessi abbiamo capito che sì, Mark
era un poco strano ma giocava duro in partita, aveva grinta e voglia di vincere, a quel punto
abbiamo capito che quella era la nostra squadra e abbiamo iniziato a lavorare bene.

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