Massimo Bianchi: “Vi racconto Kobe Bryant, il ragazzino che dava già del tu al pallone”

Terminata la sua stagione del ritorno in nero-arancio, un simbolo assoluto del basket in nero-arancio ha raccontato nel dettaglio a https://www.bepitv.it tutti i suoi ricordi legati al piccolo Kobe.

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È sempre complesso trovare le parole giuste per descrivere quella che è a tutti gli effetti una tragedia: la meravigliosa corsa di Kobe Bryant ha trovato il suo epilogo in un incidente a bordo di un elicottero insieme, purtroppo, alla figlia 13enne Gigi, all’anagrafe Gianna Maria-Onore. Non erano gli unici a bordo del velivolo ma, senza mancare di rispetto alle altre vittime, l’attenzione è stata catalizzata dal nativo di Philadelphia e, drammaticamente, dalla figlia che avrebbe seguito le orme del papà, candidandosi seriamente ad entrare a far parte della WNBA, in un futuro che non ci sarà mai. Giusto raccontare le sue gesta, altrettanto giusto farci guidare da chi Kobe, in un modo o nell’altro, lo ha conosciuto. Massimo Bianchi, attuale allenatore dell’Olimpia Lumezzane, ha fatto parte del basket che conta.

Da allenatore, la sua carriera si è sviluppata principalmente nella parte meridionale del nostro Paese, tant’è che prima di firmare con Lumezzane ricopriva il ruolo di assistente di Paolo Moretti, alla Viola Reggio Calabria. Ed è proprio lì che, da giocatore, la sua strada si è incrociata con quella di Joe “Jellybean” Bryant. Abbiamo deciso di interpellarlo, chiedendogli di raccontarci quella che è stata la sua esperienza al fianco di Joe e, ovviamente, a quello di Kobe, seppur ragazzino.

Kobe, una leggenda dello sport

“Innanzitutto stiamo parlando di una leggenda dello sport, la cui morte mi fa subito pensare a quella di Ayrton Senna e a quella alla quale è scampato Niki Lauda. Di Kobe mi ha sempre impressionato la caratura del personaggio, sempre avvolto da quell’alone di leggenda, e la sua capacità di ispirare una moltitudine di persone e sportivi. La lettera che ha scritto in occasione del suo ritiro racchiude il senso dello sport, senza mezzi termini. Stiamo parlando di un milionario. Un milionario che ha guadagnato ogni dollaro grazie al lavoro e al sacrificio, un milionario che si è meritato tutto ciò che ha incassato. Un professionista vero. E lo sottolineo perché oggi, purtroppo, si vedono fin troppi professionisti a metà, dei professionisti parziali. Ha sempre messo a dura prova il suo fisico, ha sempre giocato al massimo e si è ritirato solo perché il fisico lo ha in parte abbandonato, non consentendogli di mantenere uno standard di gioco al quale si era abituato e al quale aveva abituato tutti”.

Il ricordo di Reggio Calabria: “Aveva già in mente i Lakers”

In squadra con Jellybean, alla Viola, e spettatore involontario dei primi passi sul parquet del piccolo Kobe. Le sensazioni furono chiare e ben definite fin dal primo impatto.

“Dopo il ritiro, nel pre-campionato, ci trasferimmo al palazzetto per continuare gli allenamenti che ci avrebbero condotto alla prima giornata di campionato. Joe arrivò con la famiglia e, quindi, anche con Kobe. Lui era presente ad ogni allenamento e sfruttava ogni pausa possibile ed immaginabile per correre in campo a tirare. Ogni singola pausa. Palleggiava nel tunnel, mentre noi eravamo in campo e, quando udiva che i palloni non stavano sbattendo sul parquet, ecco che arrivava come un fulmine in campo. Aspettava solo quel momento per interrompere i suoi palleggi, lontano dai nostri occhi, e fiondarsi al nostro fianco mentre ci concedevano dei break. Joe non arrivava per l’inizio dell’allenamento. Joe arrivava con largo anticipo e, con lui, il piccolo Kobe. Ricordo che venivano disputati dei tornei, in cui le varie squadre assumevano il nome delle franchigie NBA, e a questi tornei partecipava anche Kobe. Nonostante fosse legatissimo alla sua città, Philadelphia, lui aveva in mente in modo molto chiaro la squadra del suo cuore. Los Angeles, sponda Lakers. Sceglieva sempre quella.”

Kobe e l’ossessione per la vittoria

Alla luce di quella che è stata la carriera di Kobe e, avendo giocato al fianco del padre, ci è sorta la curiosità di chiedere a Massimo Bianchi quali siano state le vere differenze tra i due giocatori, secondo il suo punto di vista.

“Joe e Kobe sono stati giocatori decisamente diversi. Il talento apparteneva ad entrambi, ma è la mentalità che ha fatto la differenza. A Joe piaceva tantissimo segnare ma, forse, gli piaceva solo quello. Non aveva come priorità la vittoria della squadra. Kobe, invece, aveva l’ossessione per la vittoria. Mi ricordo, come fosse ieri, una partita che perdemmo all’ultimo istante contro la Benetton Treviso. Mancava poco e Joe aveva la palla in mano. Palleggiava, palleggiava e palleggiava. Io mi sbracciavo, saltavo più che potevo per richiamare l’attenzione e chiedere la palla. Niente da fare. C’erano altri compagni che avrebbero potuto gestire il vantaggio, eppure Joe arrivò a perdere il pallone piuttosto che passarlo. Poi, in alcuni casi, ti faceva vincere le partite. Ma la vittoria non è mai stata la sua priorità. Quando il suo tabellino sorrideva, ecco che si sentiva realizzato. Mi trovavo benissimo con lui fuori dal campo, nonostante in alcune occasioni preferiva restare esclusivamente in compagnia della famiglia. Mi ricordo che era molto orgoglioso del rapporto con sua moglie, persona della quale era anche molto geloso.”

“A 10 anni dava già del tu al pallone”

Che a Kobe il parquet piacesse parecchio era fin troppo chiaro. Ma le sue doti tecniche, seppur acerbe, avrebbero fatto pensare ad un futuro così radioso? Davvero quel ragazzino possedeva qualcosa di speciale già a quell’età?

Secondo me i caratteri del giocatore di successo erano già tutti presenti. Si vedeva dalle sue movenze, dallo stile con cui faceva ogni singola cosa. Il confronto con il figlio di Kim Hughes sorgeva spontaneo. Giocava con Kobe e lo vedevamo in campo con lui. Il figlio di Kim dava del voi al pallone, come la maggior parte dei ragazzini a quell’età e come diversi giocatori che nel 2020 giocano anche in Serie A. Kobe non aveva nemmeno 10 anni e dava già del tu al pallone con una naturalezza disarmante. Alle partite di Reggio Calabria, davanti a 4000 persone, incitava il papà come facevano i grandi, dominando il palcoscenico. Non provava alcuna vergogna quando scendeva in campo durante l’intervallo delle partite della Viola. Era totalmente a suo agio”.

Bryant era il Mamba, qualcosa di unico

Passato, presente e futuro. Prima MJ, poi Kobe, ora LeBron. Tre giocatori che hanno segnato epoche diverse, seppur vicine tra loro. Si può davvero operare un confronto tra questi straordinari interpreti del Gioco?

“Mi ha sempre impressionato la capacità nel prendere le decisioni da parte di Jordan e Bryant. Quando era necessario affidare il tiro più pesante del match a qualcuno, loro due hanno dimostrato di fare la differenza come nessun altro ha fatto nella storia della pallacanestro. I più forti in attacco e i più forti in difesa. Certo, neanche LeBron scherza quando bisogna piegare le gambe e difendere per davvero. Lui è un predestinato, termine che però non userei per definire Kobe. Perché tutto ciò che ha conquistato non è stato dettato dal solo talento, ma anche e soprattutto dal lavoro maniacale durante ogni singolo allenamento, applicato poi alla partita. Ecco, Jordan e Bryant per me rappresentano l’essenza del clutch player, a differenza di LeBron, e poi avevano moltissimi punti in comune per ciò che riguarda le loro movenze. Così simili, così belle da vedere. Ma l’essere decisivi è qualcosa che Michael e Kobe hanno incarnato alla perfezione. Prendere la squadra e la palla in mano, e vincere tutto. Di grandi giocatori ce ne sono stati molti, e mi viene da portare l’esempio di Dominique Wilkins, se ripenso a chi mi faceva impazzire in quegli anni. Ma nessuno è stato decisivo come Jordan e Bryant, nemmeno LeBron nonostante ora sia a tutti gli effetti il più forte giocatore del pianeta. Bryant era il Mamba, qualcosa di unico”.

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