NBA

1996 NBA DRAFT: IL VIAGGIO DI KOBE DIRETTAMENTE DALL’HIGH SCHOOL

 
 
C’è un solco invisibile che attraversa l’oceano, partendo dallo Stretto di Messina e arrivando fino ai palcoscenici scintillanti della NBA. Un solco tracciato da un gigante dai piedi di velluto, che non venne mai scelto.
 
Il fenomeno che partì da Reggio Calabria, quello che indossava la canotta della Viola giovanile con Rocco Romeo alla guida, arrivando da Rieti e seguendo il suo percorso azzurro a Pistoia e Reggio Emilia, lo fece in silenzio, quasi in sordina.
 
Un ragazzino che portava sulle spalle un fardello più pesante di qualsiasi difensore: essere “il figlio di Joe”. Joe Bryant, il “Jellybean”, un giocatore di talento assoluto che fece la sua fortuna in Italia da bomber vero. Per Kobe, quel cognome era una gabbia. Quando i Charlotte Hornets lo scelsero con la 13ª chiamata del suo stesso Draft, il 1996, lo scetticismo era assordante. “Un liceale? Troppo giovane. Troppo arrogante. Non ce la farà mai.”

 

 
Ma Kobe, come Ben, aveva un fuoco dentro che nessuna scelta al Draft poteva spegnere. Scambiato immediatamente ai Lakers, Kobe si ritrovò a inseguire un fantasma. Non era il fantasma di Michael Jordan, come molti pensavano.
 
Per Kobe, quel solco divenne un mantra. Trasformò lo scetticismo in carburante. Non voleva più essere “il figlio di Joe”; doveva diventare il “Black Mamba”. Un predatore letale, tecnico, atletico, vincente come pochi. I suoi 198 cm e 96 kg erano un’arma, ma la sua mente era il vero arsenale. Ogni tiro sbagliato, ogni sconfitta, ogni critica era un gradino in più per uscire da quell’ombra. Inseguiva l’eroe che non era stato scelto, per dimostrare che la scelta giusta non era stata fatta da chi lo aveva chiamato, ma da chi aveva scelto di credere in se stesso.
 
Perché a volte, per diventare leggenda, bisogna prima imparare a camminare nel solco di chi non è mai stato creduto.
 
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