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Da Cosenza al Toyota Center: Alessandro Piu, l’ingegnere volato a Houston per vivere il sogno NBA

Ci piace raccontare storie. Storie di chi è cresciuto con noi, fin dal giorno zero. Persone che, quando tutto era solo un’idea, un abbozzo con lo sfondo celeste ed un dominio russo, un sospiro, hanno deciso di esserci. Senza chiedere nulla. Solo per amore dello sport e del basket.

Una di queste storie ha un nome: Alessandro Piu. All’epoca, Alessandro era un giovane studente di Ingegneria all’UniCal di Cosenza. Giocava a basket nel CUS Cosenza con una mano vellutata – di quelle che sembra accarezzare il pallone prima di lasciarlo andare verso il canestro. Oggi è un ingegnere affermato, vive in Toscana ma gira il mondo per lavoro e per passione. Eppure, non ha mai dimenticato le sue radici calabresi né il legame speciale con il nostro progetto. Indelebile, infatti, la sua collaborazione – spontanea, gratuita, generosa – verso quel primordiale RAC che portiamo ancora nel cuore. Fu lui, tra le altre cose, a creare i primi due loghi del nostro portale. Un pezzo di storia che ci portiamo dentro come un tatuaggio.

 

Ma questa volta, Alenon ci ha regalato un logo. Ci ha regalato un racconto. Quello della sua prima volta al Toyota Center di Houston, per assistere a Rockets – Bucks. Una partita vera. Una di quelle che fino a ieri guardavi solo in tv, magari di notte, con gli occhi lucidi e il volume basso per non svegliare i vicini. Stavolta, invece, era lì. In carne e ossa. Con la febbre addosso e un sorriso che non gli usciva più.

Ecco cosa ci ha raccontato, emozione per emozione.

Alessandro inizia dal pubblico: «C’erano parecchi con la maglia dei Bucks – racconta – e nessuno gli ha detto una parola». La prima lezione, a Houston, è che il tifo è rispetto. Nessuna barriera, nessun insulto. Solo voglia di godersi lo spettacolo. E lui, da ex giocatore, da appassionato profondo, ha capito subito che sarebbe stata una serata speciale. Poi parla dell’organizzazione: nulla è lasciato al caso. Ogni ingresso è studiato, ogni corsia è un meccanismo perfetto. Alessandro descrive l’accesso al Toyota Center come un rito: veloce, ordinato, quasi solenne. «Sembra di entrare in un tempio. E in fondo, per noi che amiamo questo sport, lo è davvero».

Prima del fischio d’inizio, un’altra tradizione: il pellegrinaggio nei negozi ufficiali. Maglie, cappellini, spille, souvenir. «La gente compra come se non ci fosse un domani – racconta –. Io stesso ho dovuto resistere alla tentazione. Quasi quasi mi portavo a casa una maglia di Olajuwon». Ma è l’atmosfera prima della partita a colpirlo di più: vedere il riscaldamento dei giocatori dal vivo. «Non c’è paragone con la tv». Guardare Giannis che scioglie le caviglie a pochi metri da te. Sentire lo scricchiolio delle scarpe sul parquet. Osservare i tiri liberi, i salti, le schiacciate in scioltezza. «Ti rendi conto che sono umani, ma appena iniziano a giocare capisci che sono esseri di un altro pianeta».

Uno dei momenti più toccanti, racconta Alessandro, è l’inno nazionale. Luci spente, un solo riflettore al centro del campo, la bandiera americana che scorre sul maxischermo. E tutti in piedi. In silenzio. «Mai visto niente di simile. Ti senti parte di qualcosa di più grande. Anche se sei straniero, anche se sei lì per caso. In quel momento, sei uno di loro».

La partita, poi, diventa spettacolo puro. E il protagonista della serata è Sheppard: 9 triple che sembrano disegnate con il righello. «Ogni volta che prendeva la palla, il pubblico si alzava in piedi prima ancora che tirasse. E quando la palla bucava la retina, era un boato. Roba da brividi». Alessandro confessa: «Io pensavo in un quarto quarto di garbage time. Invece è stata tirata fino all’ultimo minuto». Merito soprattutto di Dieng, una sorpresa continua. «Non me l’aspettavo. Gioca con una calma e una intelligenza rara. Ha tenuto in partita Milwaukee quando sembrava finita».

Poi arriva il momento della confessione: «Vedere “dal vivo” lo spettacolo è tutta un’altra cosa». Lo ripete più volte, come se volesse imprimerselo nella memoria. Le luci, i rumori, il calore umano, la pressione che si taglia con un coltello. «Non te lo puoi immaginare. Devi viverlo». E parlando di giocatori, non può non citare Kevin Durant. «Ha giocato con un filo di gas – ammette Alessandro –. Ma la classe si vedeva ad ogni movimento. E poi il tiro morbido… che te lo dico a fare». Qualche accelerazione, qualche passo di danza, e quel polso che trasforma il pallone in poesia. «Anche al 50%, Durant è meglio del 99% degli altri».

Infine, c’è la storia. Quella che non si vede in tv, ma si respira tra le mura dell’arena. I numeri ritirati che pendono dal soffitto come stelle fisse. I pennant dei campioni NBA. E sul maxischermo, le immagini di Hakeem Olajuwon, Moses Malone, i giganti del passato. «Ti ricordano che quello che stai vedendo oggi è solo l’ultimo capitolo di un libro scritto da leggende. È emozionante e umiliante allo stesso tempo».

Alessandro tiene a raccontare anche un piccolo dettaglio che, per lui, vale quasi quanto una schiacciata di Durant. A Houston, anziché premiare i tifosi se i Rockets passano i 100 punti, c’è un’iniziativa geniale: “Bricks for Burgers”. La catena Whataburger offre un hamburger gratis a tutti i tifosi se un giocatore della squadra avversaria sbaglia due tiri liberi consecutivi nel quarto quarto. «Ci ho messo un secondo a capire perché intorno a me tutti si sono messi a saltare e urlare a ogni secondo libero sbagliato. Poi ho letto il cartello e ho capito. È la cosa più americana che abbia mai visto. E, te lo confesso, ho fatto il tifo anche io per quei due liberi sbagliati. L’hamburger era buonissimo».

Alessandro Piu è tornato in Toscana con gli occhi pieni di luci e la testa piena di ricordi. Ci ha scritto: «Grazie per avermi fatto sentire ancora parte di qualcosa. Non dimentico da dove vengo. E non dimentico chi mi ha accompagnato in questo viaggio». No, Alessandro. Grazie a te. Per i loghi, per la passione, per questa cronaca che ci ha fatto viaggiare senza muoverci dalla scrivania. E per averci ricordato che lo sport, quando è vero, è sempre casa. Anche a 9.000 chilometri di distanza.

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