DAL LUMAKAMP, TRA IERI E OGGI FACCIAMO IL PUNTO CON LUCIO LAGANÀ
Di Giovanni Mafrici – Nel cuore pulsante del progetto Lumaka, tra il fermento del lavoro quotidiano e l’eco di vecchie battaglie sul parquet, abbiamo incontrato una delle anime più autentiche del basket nostrano: Lucio Laganà. Direttamente dal Lumakamp “Gaetano Gebbia, Lagana” si è raccontato regalando un’intervista che profuma di leggenda, tra aneddoti irripetibili e un’analisi lucida sul presente del movimento.
Il miglior quintetto italiano di sempre?
In Italia, sicuramente Meneghin al centro, anche se poi qualche centro interessante c’è stato. E in ala, Walter Magnifico è stato forse il più efficace,” Per il play, il nome è quello di Brunamonti, in lotta con Marzorati, mentre tra guardie e ali Laganà si perde in un mare di talenti,tra Riva e non solo..
Il racconto si fa epico quando Laganà torna con la memoria al 1981, quando indossava la maglia della Viola Reggio Calabria nelle finali Juniores. “Eravamo quasi tutti del ’63, con Pino La Gioia e Fausto Lovatti. Quell’anno battemmo la Billy Milano,” ricorda. “Lovatti aveva una grande rivincita personale da vendicare: fece un partitone, li lasciammo annichiliti.” Ma la gioia durò poco: la semifinale contro Cantù, che schierava già Antonello Riva, Bosa, Fumagalli e non solo, fu fatale. “E poi la finale la perdemmo con Varese, su un canestro di Caneva all’ultimo secondo dall’angolo. Avevamo comandato per 40 minuti, anche con 20 punti di vantaggio, ma la palla entrò all’ultimo respiro.”
Dal passato glorioso, Laganà proietta uno sguardo critico sul presente. “Una volta indossare una maglia era prestigio, onore, orgoglio. Ora puoi cambiare squadra tre volte l’anno. È una cosa assurda,” .
Il tema del vincolo giovanile è per lui centrale: “Io ho sempre lasciato liberi i ragazzi. Se un ragazzo vuole andare via, mi dispiace, ma se va via soddisfatto di quello che abbiamo fatto, facciamo anche un esame di coscienza. Se uno su cento va via, va bene, continuiamo per la nostra strada.”
L’allarme è per il livello dei campionati, specialmente al Sud. “Fare l’Eccellenza a Milano non è come farla a Reggio Calabria, dove ragazzi di 14-15 anni devono affrontare trasferte a Marsala o Trapani. Perdere o vincere di 50 punti non serve alla crescita tecnica.” Per Laganà, la soluzione è investire sul serio: “Se una società fa un programma di investimento sui giovani, fa scouting onesto e una foresteria seria, allora il discorso è giustificato. Ma farlo solo per riempirsi la bocca non ha molto senso.”
Il futuro, però, potrebbe riservare sorprese. Laganà conferma i contatti con Gianni Tripodi: “Ci stiamo riavvicinando, stiamo parlando. Potrebbe essere la ripresa di un discorso interrotto due anni fa per cause sopra di noi, dopo la scomparsa di Gaetano. Vediamo se riusciamo a trovare una quadra.”
Emozione e nostalgia riempiono il racconto quando Laganà parla dell’evento di Caserta, dove ha rivisto amici e vecchi rivali guardando dal vivo il decollo di suo figlio Matteo in A2 con la Juve. “Un amico di Matteo mi ha regalato una foto dove cerco di stopparlo, saltando davanti a lui. Era immarcabile, quando decideva di tirare tirava.” Alla domanda su chi sia il più forte tiratore mai visto al vivo, Laganà non ha dubbi: “Oscar, ma anche Caldwell era una macchina: in allenamento 9 su 10. E poi giocatori come Danilovic o Dalipagic… Ricordo il mio primo scontro in Serie A con Dalipagic: per me era un mostro sacro. Quando ti saltava sopra la testa e tirava quando voleva, riuscivi a limitarlo solo non facendogli prendere palla.”


