Dall’Italia al Libano

 

 

Ecco una sua intervista rilasciata per “La Gazzetta dello Sport”

 

“Avevo voglia di un’esperienza all’estero, pensavo in Europa. Mai mi sarei aspettato il Libano. All’inizio pensavo di non accettare. Una zona particolare, i problemi conia Siria. Poi mi sono documentato, ho parlato con il club. L’Amchit è orgoglioso che io abbia accettato. Vogliono che li aiuti nell’organizzazione, a diventare più professionali. Il club è nato nel 1955, oltre al basket ha la scuola calcio, tennistavolo e altre attività sociali e culturali come le scuole di lingua. Uno dei membri è il figlio del presidente del Libano. Siamo neopromossi per la prima volta nella massima serie. Sono qui dall’11 febbraio, ne abbiamo vinte 3 e perse 2. Sognano la semifinale il prossimo anno. Rispondo: “Poi vediamo. Uno si aspetta i militari in strada, invece si vive bene. Amchit è sulla costa, 40 chilometri a Nord di Beirut, vicina alla città fenicia di Byblos, distretto di Jbail. Ci sono più cristiani che musulmani, la gente è cordiale. Sembra il nostro Sud. Clima? In questi giorni 12-14 gradi. Settimana scorsa sembrava estate. Per le palme, sembra la mia riviera ligure. Anche qui alle spalle del mare, ci sono le montagne. A 40 minuti si scia. Cibo? Verdure, carne, pesce. Quando esco a cena con il club, mi offrono: “Ristorante italiano?”. Io dico: “No, libanese». Al supermercato ho trovato il pesto. Tutti parlano arabo e francese, quasi tutti anche l’inglese. Sto imparando qualche parola in arabo. Con la signora delle pulizie mi sono arrangiato. Livello del basket? Pensavo peggio, devo dire. Ci sono 10 squadre, 6 di buon livello, 2-3 al di sopra di tutte. Noi siamo un po’ sotto le prime, ma con il Sagesse, la numero 1, domenica abbiamo perso di 4. Siamo riusciti a fare solo un 5 contro 5 in allenamento perché ho giocato io. Siamo sempre 7-8 per infortuni o problemi. Tatticamente sono un po’ indietro. Il gioco è fisico, intenso. Il nostro Andre Emmett è il migliore della lega, segna 36 punti a partita. Prima che arrivassi, davano la palla a lui e fine dello schema. C’è Bagaric, ex Fortitudo, ma ha la tallonite e sarà tagliato. Palazzo? Carino, 1200 posti, un bell’ambiente. In città sembra Rieti: i ragazzi per strada hanno il pallone da basket, non da calcio. Vivono la partita come una festa. Al palazzetto suona la banda, con i tamburi. In campo si danno botte pazzesche ma si rispettano. In Italia ero rimasto fuori, sentivo un po’ di delusione. Ora sono immerso in una nuova esperienza di vita e di lavoro che mi piace. Certo, mi mancano gli affetti.A fine mese verrà mia figlia a trovarmi.Sto bene,anche se qualche volta mi sento un po’ solicchio”

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