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Erano le 01:35 di notte al Pbk!

Erano le 01:35 di notte al Pbk!
 
Ion Lupusor , orgoglio del basket reggino,, fresco di firma con la Gema Montecatini in Serie A2 non vedeva l’ora di farlo, di farlo ancora.
 
Finita una brev parentesi da Ufficiale di Campo, Ion si tolse la pettorina e la lasciò con cura sul tavolo. Il suo sguardo si fece serio, quasi nostalgico. Si voltò verso il rettangolo di gioco e, con un gesto che sembrava un rituale antico, chiamò a raccolta i ragazzini che fino a poco prima si sfidavano a canestro.
 
Uno contro uno, disse. Chiunque. Italiano, filippino, non importa. Come ai vecchi tempi, come a Catona.

 

 
E fu in quel momento che il tempo sembrò piegarsi su se stesso. Perché Ion Lupusor non era solo il nuovo acquisto della serie A2. Lui era il bambino di Catona, quello dei campetti all’aperto dove l’asfalto scottava d’estate.
 
I ragazzi si fecero avanti timorosi. Il primo fu un italiano, scattante, con la speranza negli occhi di bruciare la stella. Ion lo aspettò, con la palla in mano. Ma fu a quel punto che successe qualcosa di ancora più incredibile.
 
Il ragazzino si lanciò in difesa, convinto di avere vita facile contro uno in ciabatte. Sbagliava. Ion partì in dribbling con una velocità che sembrava sfidare le leggi della fisica. Il ciabattamento dei piedi sul parquet produceva un rumore secco, quasi ritmico, come un tamburo di guerra. Arrivato in prossimità della tripla, si fermò di colpo. Il ragazzino volò via, ingannato dalla finta. Ion, con la nonchalance di chi sa che non può sbagliare, si alzò in aria con le ciabatte che sembravano volare con lui. E fece canestro. Non un canestro qualunque. Una parabola perfetta, morbida, che accarezzò il ferro e cadde dentro con un dolce fruscio. La palla toccò terra mentre le ciabatte atterravano leggere, quasi fossero state delle pantofole di velluto.
 
Un gelato al pistacchio, disse ridendo, rivolgendosi alla panchina. Come quando perdevo io, pagavo io.
 
La partita notturna continuò per quasi un’ora. Sfidante dopo sfidante, nessuno riusciva a superarlo. E ogni tiro di Ion era una poesia, come sempre, come ai tempi di Catona!
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