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Il Cerchio che si chiude

Il Cerchio che si chiude: storia di un Play,di chi prese il suo posto alla Viola e due Gemelli pronti a trionfare nel nome di entrambi.

Il quattro giugno è il giorno in cui si celebra uno dei talenti più elettrizzanti che quella canotta l’abbia mai vestita.
Parla il campo. E lui, quel campo, lo ha sempre capito.
Cresciuto tra i canali di Trieste, con l’Adriatico che gli insegnava a cambiare direzione senza preavviso, questo playmaker italiano ha costruito una carriera su due pilastri: fisico esplosivo e tecnica cesellata anno dopo anno. Non era solo un regista: era una saetta. Ricordate tutti e bene Stefano Attruia.

 

Ma il basket è anche storie dentro le storie. Una delle più belle? Lui arrivò a Reggio proprio dopo la dipartita di Massimo Mazzetto. Un passaggio di testimone silenzioso, in un momento in cui la città cercava una nuova energia. E lui, senza fare rumore, la portò.

Oggi.
Lui non gioca più. O meglio: gioca ancora, ma con il fischietto al collo e una panchina tutta al femminile che volerà in A2. La nuova carriera da allenatore è partita con successo e passione: vola in maglia azzurra sulle giovanili, e da qualche giorno è coach in A2 della Futurosa. Un altro inizio, la stessa fame.

Ma la vita, si sa, ama gli archi narrativi perfetti.
Ultima scena – Padova, il Trofeo Mazzetto.
Quarantesima edizione. Sotto le plafoniere del palazzetto, due ragazzini con lo stesso cognome e la stessa energia del padre corrono, saltano, vincono. Si chiamano Teo e Zeno. Sono gemelli. E hanno appena alzato al cielo il trofeo intitolato a Massimo Mazzetto.
Lo stesso Mazzetto dopo il quale, anni prima, il loro padre era stato chiamato a Reggio.
Lo stesso cognome. Lo stesso trofeo. Lo stesso amore per quel parquet.

Che brividi.
Fine. Ma il basket, si sa, non finisce mai. Si tramanda

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