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Il Fischio che sarà sempre nella memoria:Totò Putortì

Era il 2019, e un silenzio insolito sembrò posarsi per un attimo sui parquet della Calabria. Non il silenzio dell’attesa, ma quello del distacco. Il basket regionale perdeva uno dei suoi figli migliori, uno di quegli uomini che fanno parte dell’ossatura, invisibile ma portante, del gioco.

Ma chi era, per chi non lo ha conosciuto? Sulla carta: un arbitro nazionale di ottimo livello, arrivato a dirigere in Serie A2. Un tecnico, un burocrate del fischietto. Nulla di più lontano dalla verità.

Totò Putortì era un maestro di umanità, con il pallone a spicchi come materia di insegnamento. La sua carriera in campo era stata importante, ma il suo monumento lo ha costruito fuori, ai margini del parquet, a bordo campo durante gli allenamenti delle giovani promesse arbitrali, nelle sale riunioni piene di aspiranti arbitri con i nervi tesi.

Figlio dei suoi stessi insegnamenti, aveva fatto di ogni giovane in grigio una sua creatura. Non insegnava solo il regolamento, che pure dominava con precisione assoluta. Insegnava lo sguardo: quello che vede non solo il fallo, ma la paura in un ragazzino al primo tiro, la sfida in uno sguardo tra avversari, la tensione che sta per esplodere. Insegnava il tempo: il secondo di pazienza in più prima di fischiare, quello che permette al gioco di vivere. Insegnava il rispetto, che non è solo un dovere verso gli atleti, ma un atteggiamento verso il mondo, cosa che in tanti, purtroppo, hanno smarrito.

Era un uomo altruista, schivo, allergico ai riflettori. Mentre altri cercavano la prima pagina, lui cercava l’occhiata in più da dare al terzo arbitro in panchina, il consiglio sussurrato all’orecchio del neo-selezionato con le gambe che tremavano.

Totò Putortì non se n’è andato. Ha semplicemente cambiato uniforme: da grigio su pelle a memoria viva nel cuore del basket e dei settori arbitrali. E lì, il suo fischio—di giustizia, di passione, di bontà—continuerà a risuonare, indelebile, per sempre.

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