Il gigante con l’anima bonsai
C’era una volta, nell’ultimo anno della Serie A2 unica, un campionato fatto di muscoli, contatti e post bassi soffocanti. I centri erano torri di granito, le partite si vincevano con il gomito e la schiena a canestro.
E poi c’era lui.
Uno che di mestiere faceva il centro, ma che di altezza aveva quella di una guardia. Uno che quando prendeva palla in post sembrava un manuale di basket illustrato: passo di pivot, finta, e quella manona morbidissima che depositava il pallone nel cesto come se fosse un uovo.
Il suo nome? Joe Bunn.
Scovato chissà dove dall’intuito certosino di Giuse Barrile, nell’ombra del reclutamento più improbabile dell’anno. E poi consegnato, con sorpresa generale, nelle mani di Paolo Moretti, che ebbe il coraggio di mandarlo in campo. E lì successe la magia.
Perché Bunn non saltava più di tanto, non correva velocissimo, ma i suoi movimenti… erano da sogno. Cose che non impari in nessun college, cose che hai nel sangue o non le hai. Un gioco in post da manuale, roba da far piangere i vecchi allenatori di low post.
Tanti ancora ricordano le sue cifre da record. Non in NBA, non in Eurolega. In una palestra di provincia italiana, sotto i tabelloni della Legadue, con le canotte di Reggio Calabria e Andrea Costa Imola. Lì, Bunn ha scritto pagine di pura poesia cestistica.
Ma per capire chi fosse davvero, bisogna attraversare l’Oceano.
Argentina, 2003-04. Lui al Peñarol Mar del Plata. Il tabellone segna 32.7 punti di media. Miglior realizzatore del massimo campionato argentino. Due anni dopo, stesso club, stessa fame: 28.6 a partita. Ancora lui.
Spagna, 2000. MVP della Liga LEB. Già.
Eppure in Italia, in quella A2 unica sotto la guida di Moretti, era stato l’uomo invisibile diventato improvvisamente indispensabile.


