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Il Mito deI Giovani Guerrieri – Quando Il Pg Modena, giovanile della Viola vinse lo scudetto

In queste ore, in questo giorno che il calendario segna come uno qualunque, noi vogliamo fermare il tempo. Perché tanti anni fa,31 per l’esattezza, in un’estate che sapeva di gloria,a San Vincenzo, la Reggio Calabria del basket scrisse la pagina più alta della sua storia giovanile.
 
Era il Millenovecentonovantacinque. Un anno che per i più sembra lontanissimo, un’era geologica fa. Eppure, basta chiudere gli occhi e il parquet di Livorno, torna a scricchiolare sotto le scarpe da ginnastica, che potevano essere, primordiali Jordan, Adidas Torcion,Pump della Reebook, Air Foce o similari
 
In quella stagione, il basket firmato Viola non era solo la prima squadra che lottava in A. Era un sistema di passione che partiva dal basso. La PG Modena era la formazione giovanile della massima espressione del basket calabrese, presieduta con lungimiranza dall’Ing. Gianni Scambia. E quell’anno, quei ragazzi decisero che non erano lì per partecipare. Erano lì per vincere.
 
Non fu fortuna. Fu un lavoro di trincea. Sei allenamenti settimanali. Un vero e proprio lavoro atletico e tecnico, di quelli che ti spezzano il fiato ma ti forgiano lo spirito. Nel frattempo, per tenere alto il ritmo, quei ragazzini giocavano anche in prima squadra, in C2 Calabrese. E la sfiorarono, quella vittoria. La annusarono. Ma il loro obiettivo era più grande.
 
A guidare questo manipolo di sognatori c’era un maestro: Coach Gaetano Gebbia. Un condottiero, un innovatore. L’uomo che da quell’exploit avrebbe spiccato il volo per diventare la guida di tutte le selezioni nazionali azzurre giovanili. Al suo fianco, una gloria assoluta del basket targato Viola, Massimo Bianchi, e un preparatore fisico che era già avanti anni luce, Gaetano Rosace. Un trio perfetto, una cuspide di competenza che trasformò un gruppo di ragazzi in una macchina da guerra.
La Dirigenza era top, con Bruno Calarco e la sua camicia scozzese, Bruno Calarco e tanti genitori appassionati dal sangue neroarancio come Gianni Calafiore,Rocco Falcomatà e Pasquale Favano.
 
Sul parquet toscano, nella finalissima, la scenografia era da brividi. Quattro ragazzi “di fuori”, ospiti nella foresteria del Pianeta Viola, e tanti giovani locali, grintosi, con la terra calabrese attaccata alle scarpe e la voglia di non arrendersi mai.
 
Dall’altra parte del campo, il destino aveva voluto uno scherzo crudele e poetico. L’avversario era la Benetton Treviso. La stessa Benetton che, in quella stessa annata, aveva “vinto” quel tragico quarto di finale playoff contro la Viola, con quel canestro regolarissimo di Dean Garrett annullato che ancora oggi brucia come una stella morente.
 
E quel Treviso era un carro armato. In campo c’erano atleti del calibro del nazionale Mordente e del potentissimo Ivan Gatto. Sulla carta, i reggini erano spacciati. Troppo fisici, troppo forti, troppo blasonati.
 
Ma i ragazzi della PG Modena non sapevano leggere le classifiche(anche perchè grazie a dio non c’era Fip Stats). Sapevano solo difendere.
 
La partita iniziò in salita. Treviso volava, i reggini rincorrevano. Ma punto dopo punto, minuto dopo minuto, il gap si riduceva. Non c’era tattica studiata a tavolino, c’era solo cuore. Palle recuperate con le unghie, aiuti difensivi disperati, pressing a tutto campo che toglieva il respiro. Tanto sudore. Tanta, immensa voglia di vincere.
 
La fine del secondo tempo è una di quelle scene che i film non sanno replicare. La palla che gira, il ferro che trema, il canestro che arriva. E poi il boato. Un boato che partì dalla Toscana e arrivò fino allo Stretto.
 
Il PG Modena era Campione d’Italia.
 
Un tricolore enorme venne issato su una città del Sud, in un momento storico in cui sembrava impossibile. Una rivincita morale contro tutto e tutti. Il nome di quei ragazzi, oggi, è inciso nel marmo della storia viola, ma risuona come un mantra per chi ricorda:
 
Sebastiano Grasso, Andrea Cattani, Vincenzo Calafiore, Fabio Falcomatà, Claudio Ciampi, Francesco Strano, Giuseppe Zoccali, Carlo Tomasella, Davide Polimeni, Alfonso Ielasi, Tonino Favano, Antonio Foti, Fabrizio Velardi, Fabio Costantino, Natale Bova.
 
Questi non sono solo nomi su una lista. Sono gli Ultimi giovani Guerrieri. Sono i ragazzi che quel giorno insegnarono all’Italia che il talento non ha latitudine, che la passione batte il pronostico e che la maglia nero-arancio, se indossata con orgoglio, può volare più in alto di tutti.
 
Scudettati per sempre.
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