Varie

Il Palcoscenico della Domenica e quel meraviglioso modo di stare in campo

L’odore d’erba tagliata del Boccioni si mischia a quello del primo sudore stagionale.. È il profumo della Prima Amichevole della stagione, un rito sacro che segna la rinascita dopo l’estate, è stata Dierre-Viola. In quel piccolo spicchio di periferia, tra le urla dei bambini e le indicazioni un po’ troppo appassionate degli allenatori dal fondo, si celebra il ritorno al basket.

Da una parte, un ragazzo. Giovane, magro, lo sguardo serio che cerca di nascondere un filo d’insicurezza nel dover arbitrare giocatori di categoria. Ha il fischietto nuovo, le scarpe lucide, la divisa stirata di fresco. Rappresenta il futuro, il domani dell’arbitraggio, ancora acerbo e da forgiare.

Dall’altra, lui. Francesco Avila. Un patrimonio dell’arbitraggio.

Mentre il giovane collega cammina, Francesco avanza. Non è solo una questione d’età, è una presenza. Il suo portamento parla di decenni trascorsi su campi ben più importanti di questo, di decisioni irrevocabili sotto mille occhi giudicanti, di notti passate a studiare regolamenti, di proteste ed esplusioni(poche) e di abbracci(tanti). Meriterebbe un premio alla carriera, una standing ovation, un riconoscimento per aver dedicato una parte della sua vita a questa nobile, ingrata arte. Invece, eccolo qui. Mai domo.

Francesco ha un look tremendamente uguale al Principe Antonio De Curtis: una dignità comica e regale allo stesso tempo. Sembrerebbe un attore di teatro, e in un certo senso lo è.

La partita ha inizio. Il giovane arbitro fischia con un po’ di troppa enfasi, corre come se avesse dei razzi nelle scarpette, cerca di essere perfetto. Francesco, al centro, si muove con un’economia di gesti invidiabile. Non spreca un passo, un respiro. Osserva. La sua esperienza è un radar che capta tutto: Perché per uomini come Francesco Avila, l’arbitraggio non è un hobby, non è una carriera. È una storia d’amore. E le storie d’amore, quando sono vere, non hanno mai fine.

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