IL PLAY DEL CAP IN SERIE B, TUTTI I RICORDI DI PEPPE SCOPELLITI
La carriera di Giuseppe Scopelliti è nota a tutti: sindaco di Reggio Calabria, governatore della Regione, figura di spicco della politica nazionale ecc ecc.. Ma prima di indossare le vesti dell’amministratore, Scopelliti ha vestito per anni quelle di playmaker del CAP, squadra di basket reggina con cui ha giocato la Serie B. La sua palestra di vita, però, è stata un’altra: il campo di pallacanestro del Vittorino da Feltre e la guida ferrea e illuminata del Professor Mimmo Melara.
In una lunga e appassionata intervista rilasciata al format “Tiro da 4” condotto da Giovanni Mafrici – che aveva come ospite d’onore proprio Melara – Scopelliti ripercorre con la memoria di un capitano, gli anni che lo hanno plasmato. L’intervista, un tesoro di aneddoti e riflessioni, è un viaggio nella Reggio dello sport e dei valori.
«Io ho conosciuto il Professore Melara alle scuole medie, al Vittorino da Feltre», esordisce Scopelliti. «Fu un’esperienza che cominciò lì. Facevamo basket, ma anche palla a mano: io ero il portiere». Il ragazzo mancino, alto 1,92, colpisce l’allenatore. «Il Professore a volte mi lasciava allenare oltre l’orario di educazione fisica, giustificandomi con i colleghi: “Scopelliti sotto che si sta allenando”. Avevo 12 anni».
Melara, racconta l’ex playmaker, era un precursore. «Ci allenavamo alle 7 di mattina, a volte anche alle 6. Facevamo isometria, esercizi con gli elastici… cose che ho visto fare anni dopo in Serie A». Il segreto? «Il Professore aveva un cognato pilota di Alitalia che gli portava i giornali sportivi americani. Li studiava meticolosamente. La città di Reggio Calabria deve tantissimo a quest’uomo: negli anni difficili è stato un grande educatore, ha dato una prospettiva a generazioni di giovani, ha contribuito a farli diventare uomini».
Il CAP degli anni ‘80 e ‘90 era una realtà straordinaria. «Una grande squadra, una splendida esperienza di vita», dice Scopelliti, che a 21 anni ne era già il capitano. «Oggi, abbiamo una chat con tutti i giocatori, siamo una trentina o quarantina sparsi per l’Italia. Ogni volta che scriviamo qualcosa sul Prof, ognuno ha parole straordinarie di affetto e ringraziamento».
La squadra giocava ad altissimi livelli, sfiorando più volte la Serie B1. Allenamenti estenuanti («anche tre volte al giorno»), trasferte infinite, una passione che bruciava. «Si dava il massimo per la maglia. Andammo a vincere a Porta Empedocle seconda in classifica, di 25 punti. Si vedeva che c’era una squadra attrezzata per il futuro».
Il lascito più forte di Melara, però, non è stato tecnico ma umano. «Mi sono abituato a non esaltarmi nelle grandi vittorie, così come a non deprimermi nelle grandi sconfitte. Questo insegnamento viene dal Professore», confessa Scopelliti.
«Vincevamo una partita importante, eravamo nello spogliatoio ad abbracciarci felici. Lui entrava e diceva: “Ma siete ancora qui? Sbrigatevi, dobbiamo partire”. Smontava tutto. Perdevamo con l’ultima in classifica e lui entrava: “Bene, questo è servito come insegnamento. Concentriamoci sulla prossima”. Questo approccio l’ho trovato vincente sempre, anche in politica. Un secondo dopo la vittoria ufficiale, eri già proiettato sulla responsabilità che ti aspettava».
Il momento della svolta arriva nel 1992. Segretario provinciale del Fronte della Gioventù, Scopelliti viene chiamato da Gianfranco Fini a Roma come segretario nazionale. «Chiamai il Professore, gli dissi: “Prof, c’è questa opportunità. Che ne pensa?”. Temevo mi dicesse di no, di restare. Lui mi guardò e disse: “Tu vai per la tua strada e costruisci il tuo futuro. È una bellissima notizia”. Mi diede il suo “patentino” di vita».
Chiese solo di poter concludere la stagione per tentare di riportare il CAP in Serie B. Ci mancò poco, in un playoff rocambolesco perso a Catania. «Fu una triste conclusione. Avrei voluto lasciare quella squadra in una serie superiore».
L’intervista è un fiume di ricordi: le scarpe Reebok Pump che risolsero i suoi problemi al ginocchio («con quelle feci 16 punti, saltavo che non mi rendevo conto»), il “cinque” elargito da Melara dopo una partita superlativa a 17 anni («capii di aver giocato bene»), le trattative segrete per il suo passaggio alla Viola Basket che saltarono all’ultimo («”Vedi che da domani ti alleni dall’altra parte”, mi disse. E io restai al CAP»).
E poi la stima dei compagni, come Andrea Quadrelli che anni dopo gli dedicò una canzone durante il periodo più doloroso della sua carriera politica, e la forza ritrovata negli abbracci degli ex avversari nei momenti difficili. «Al di là dei colori, rimangono gli uomini con la loro sensibilità».
«Quello del CAP è stato un mondo che ha dato un contributo importante alla città», conclude Scopelliti. «In quegli anni c’era un fermento esaltante: la Viola in A2, il calcio in Serie A, la Mangiatorella, il rugby. Ha consentito a tanti giovani di crescere e formarsi. E il Professore Melara è stato il faro. Ci ha dato le fondamenta, i fondamentali, non solo del basket. Ci ha insegnato ad essere uomini».


