Il Ronzio della Mitraglia passata anche dalla Calabria
Oggi sarebbe stato il suo compleanno. E mentre il ricordo vaga verso i fasti di Varese, le glorie di Bologna e le montagne di punti in Svizzera, è impossibile, per noi qui, non fermarsi a un capitolo meno luminoso ma ugualmente indelebile: il passaggio della Mitraglia John Fultz in Calabria.
Prima di Palmi, prima della Julitta Tortora, John Fultz era già un mito. Era l’americano di Rhode Island che aveva detto “no” ai Lakers per seguire Aza Nikolic in Italia. Era l’ala potente che aveva vinto una Coppa Intercontinentale e sfiorato la Coppa dei Campioni, che aveva dominato i campionati con la Virtus, segnando più di tutti. Era quel gesto inconfondibile, il polso sospeso dopo il tiro, come una pistola fumante che decretava un altro punto segnato. La “Mitraglia” era un soprannome, ma per chi l’aveva visto, era una descrizione precisa.
Poi, il viaggio. Arrivò alla Pallacanestro Palmi con il bagaglio pesante di una carriera da star. A Palmi non fu un turista di passaggio, fu un faro. Un professore di basket per chi aveva voglia di imparare, e un guerriero per chi aveva voglia di vincere.
E poi, come in un ideale passaggio di testimone, approdò alla Julitta Tortora. Era il 2004-05, la Serie C Silver. Un campionato minore solo per chi non ci ha mai giocato. Per John Fultz, ormai cinquantenne con un cuore giovane, era un altro campo di battaglia. La squadra era un mix di esperienza italiana e talento sudamericano: Toselli, De Angelis, Bergamo, i sudamericaniGonzalez e Galindez. E in mezzo a loro, lui, John, l’americano. Non più l’asso a cui dare la palla e lasciar fare, ma un pezzo fondamentale di un meccanismo.
E mentre giocava quelle partite, sotto il cielo calabrese, chissà se la sua mente andava a quando, ai tempi d’oro, si trovava faccia a faccia con Julius “Dr. J” Erving. Lui, John Fultz, che raccontava con orgoglio: “Io lo stoppai 3 volte e lui nessuna”. Non era una rivalsa, era la consapevolezza di aver lottato alla pari con un immortale. Quella stessa fierezza la portava in ogni palestra di Serie C, perché per John Fultz, non importava dove si giocasse, l’importante era come. Il ricordo della sua eleganza power e della sua dignità di campione, riecheggiano ancora allo Scatolone di Palmi e nelle memorie di chi ebbe la fortuna di vederlo, anche solo per un anno, giocare da queste parti. Perché i veri miti non sono solo quelli che vincono tutto, ma quelli che, ovunque vadano, sanno insegnare cosa significhi essere leggenda.


