IN MISSIONE AL NORD D’ITALIA CON IL BASKET NELLO ZAINO:PARLA NICOLA BARBUTO

“Farli emozionare e crescere”: Nicola Barbuto è stato il Capitano del Nuovo Basket Soverato, è  volato al terzo posto in Italia conquistando la Medaglia di Bronzo 2018 nelle finali nazionali Under 15 con l’Hsc Roma. Oggi, ha lavorato per il settore giovanile della Paffoni Omegna, vecchia conoscenza del mondo nero-arancio e terra del compianto Bertolazzi e della prima esperienza in Italia di Mike James.Reggio Calabria? “E’ vero sono stato vicino alla Scuola Basket Viola”.

Innanzitutto, come stai vivendo questo lungo periodo di stop dovuto al Covid 19? Sei rientrato nella tua Soverato?

 

I primi giorni ho volutamente staccato la testa dal mondo della palla a spicchi, dopo è iniziata una fase di revisione e verifica di tutto ciò che ho vissuto in palestra durante questa stagione.

Tante chiamate vocali e video, sia con il resto dello staff della Fulgor Omegna che con altri colleghi sparsi per lo stivale.

Tra queste, ho anche degli appuntamenti fissi con i gruppi con cui ho fatto attività in questo anno sportivo.

Per rispondere all’ultima domanda, sono rientrato da qualche giorno, esattamente dopo la notizia dell’annullamento del campionato di serie B. Tanto amaro in bocca, ma in questo momento la partita più importante da giocare non è sul parquet.

 

Nuova annata lontano da casa. Che aria hai respirato in casa Omegna?

 

Aria di montagna vista l’altitudine.

A parte gli scherzi, questi mesi sono stati impegnativi. Nuovo posto, nuove abitudini e nuove sfide. Arrivare in una nuova società comporta tanto lavoro di ambientamento umano e tecnico.

Per la prima volta mi sono trovato catapultato nel mondo dei senior, con uno dei migliori allenatori del panorama dell’intera serie B.

Ho dovuto imparare presto a lavorare in ufficio e mettermi la giacca nel fine settimana. Ma lavoro di una qualità altissima durante la settimana, mi sento molto migliorato come allenatore. Merito di uno staff di primissimo livello, guidato egregiamente da Giorgio Salvemini che è una persona straordinaria e un manuale di pallacanestro.

 

Sono lontanissimi i tempi del grande basket in Calabria. I numeri sono ridotti con poche formazioni e pochi tesserati. Che idea ti sei fatto dell’attuale momento del basket della tua regione?

 

Nonostante la situazione numerica in reale difficoltà, interesse e passione sono sempre a livelli altissimi.

Quest’anno, con piacere, ho potuto seguire da lontano, grazie ai racconti di Reggioacanestro e di alcuni colleghi, ciò che succedeva in Calabria. Fa piacere che ci siano alcune realtà come SBV, Mastria Academy che abbiano fatto degli investimenti importanti sui tecnici puntando sul percorso di formazione dei giovani cestisti.

La partecipazione ai campionati di eccellenza fa capire che non siano dei timidi tentativi, ma che ci siano dei piani a medio termine per tornare al livello che meritiamo. Il più grande rammarico è che non ci siano più realtà che facciano da traino al movimento in palcoscenici importanti, la mancanza della Viola in serie A si fa sentire.

Un posto come Reggio Calabria, per storia e tradizione, per quel gioiello che era il pianeta Viola ( vi assicuro che strutture così in italia non esistono) e per i tecnici che ha portato nel panorama italiano, merita senza dubbio le prime pagine dei quotidiani sportivi nazionali. Le merita, però, per i risultati sportivi.

 

Nel team Paffoni nell’ultimo decennio ci sono stati due atleti indimenticabili, il compianto Bertolazzi e lo straordinario Mike James. Si parla ancora di questi due straordinari atleti da quelle parti?

 

Certo. La curva del PalaBattisti è proprio dedicata a Bertolazzi, che viene ricordato in ogni presentazione prepartita della prima squadra. Me ne hanno sempre parlato benissimo, nonostante la sua vicenda molto sfortunata. Belle parole sul giocatore che era, ma soprattutto bellissimi attestati di stima per la persona. Sempre descritto con un sorriso sulle labbra e una gran bontà d’animo.

Su Mike James, ci sta l’orgoglio di averlo portato nel nostro campionato. La descrizione del suo talento straripante che faceva alzare tutte le persone nei palazzetti, giocate da stropicciare gli occhi e tantissimo materiale video delle sue magate.

Anche qualche siparietto simpatico che si crea spesso con giocatori americani alla prima esperienza in Italia.

 

 

Basket, Minibasket e dintorni. Si parla di cambiamenti, riforme, ripartenze post CoronaVirus. Cosa cambieresti del basket attuale?

 

 

La mia risposta sarà di parte. Credo che si debba spingere molto di più sul settore minibasket e giovanile.

A livello culturale, iniziare ad abbattere lo stereotipo che essere un allenatore non sia un vero mestiere, con tutte le conseguenze che ne seguono. Magari questa pausa forzata potrà far riconoscere qualche diritto in più.

In ambito tecnico, prendo in prestito dei concetti che ascoltiamo molto spesso, quello di giocatore competente che sia autonomo, responsabile e collaborativo.

Questi sono i capisaldi del nostro modello, ma se andiamo in palestra e pretendiamo di telecomandare i ragazzi, se proponiamo esercitazioni che si discostano dal gioco, se siamo solo prescrittivi, questa diventa pura filosofia. Come pretendiamo, senza lavorarci, che poi in partita scelga da solo e correttamente cosa fare?

L’allenatore o istruttore che sia deve essere, in primis, coerente.

Facendo un passo indietro, pensiamo agli ambiti su cui lavora l’istruttore minibasket: motorio-funzionale, socio-relazionale, neuro-cognitivo e tecnico; questi ci indicano che mole di lavoro, studio e la quantità di figure professionali che sono legate a tali aspetti.

Per mettere in pratica tutto ciò, bisogna capirlo. Senza criticare a priori. Per capire, bisogna necessariamente osservare, studiare e conoscere ciò che il Gioco chiede. Non basta la passione, ma serve la competenza in campo, una continua formazione personale. Per fare le cose bene ci vuole tempo e poi, farle in maniera corretta costa.

Aggiungerei per le società che investono realmente nel settore giovanile, di istituire il titolo di “Scuole Basket di Élite”. Un riconoscimento che la Federcalcio e la Federtennis hanno riconosciuto da tempo alle società che soddisfano certi criteri.

Requisiti eventuali, oltre quelli legati alla qualità delle strutture di allenamento, possono essere le qualifiche e le competenze dello staff sia in ambito tecnico, con istruttori e preparatori fisici altamente specializzati, che in quello educativo e formativo, con gli stessi tecnici che abbiano studiato scienze motorie ed altri professionisti presenti, quali psicologi.

Le società che raggiungono questo titolo potranno partecipare di diritto ai campionati nazionali, o magari possono avere dei bonus sulle spese da sostenere per le gare, avere la presenza periodica di formatori nazionali o infine incentivi per la formazione dei propri tecnici più giovani.

Per finire, dobbiamo tornare a mettere al centro i “giocatori”, noi dobbiamo insegnare nel modo in cui loro apprendono, non il contrario. Dobbiamo prendercene cura e per far ciò, bisogna essere dotati di una grossa intelligenza emotiva.

Perché, come direbbe un allenatore con cui ho lavorato: “ci sta differenza tra portare i ragazzi in palestra e farli allenare”.

Io, modestamente, aggiungerei: “e farli emozionare e crescere”.

 

A distanza sei riuscito a seguire le avventure del Nuovo Basket Soverato?

 

Sempre, in questi tre anni sono riuscito a vedere anche delle partite dal vivo. Ho fatto anche qualche sorpresa agli allenamenti in cui ho partecipato e sono stato accolto a braccia aperte.

Ora a giocare è rimasto solo qualcuno dei ragazzi che allenavo alle giovanili, è stato molto bello far parte del loro percorso di crescita. Alcuni di loro chiedono consigli spesso via telefono, oppure nelle pause estive di fare qualche individuale.

Con Federica Sbrissa, Stefano Gioffrè e Stefano Costarella, punti fermi di quando stavo a casa, ho avuto tante telefonate.

Spesso, tra una storia di Instagram, un ricordo di Facebook e qualche gruppo Whatsapp mantengo con i miei vecchi compagni di tutta la mia vita NBS. È bello sapere che se la pallacanestro sia stato un aspetto della nostra vita, quello che abbiamo creato in ambito umano rimanga per sempre.

 

 

 

Sei stato vicinissimo ad un approdo in riva allo stretto, Tutto vero o solo rumors di fine estate?

 

Tutto vero. Il contatto c’è stato, un po’ tardivo, dopo ferragosto.

Sapete benissimo della stima che nutro per Gianni Tripodi e Francesco Barilla, che sento frequentemente anche per questioni extra cestistiche.

Coach Barilla, ormai mio carissimo amico, mi stava “corteggiando” da mesi. Tra un invito nella sua bellissima Reggio Calabria e l’altro, mi parlava sempre di tornare a lavorare insieme.

Anche quando ancora non ci stava nulla di concreto.

Nella scelta finale ha pesato la possibilità di poter essere assistente con la serie B della Paffoni, che era una delle accreditate principali al salto di categoria.

In futuro, non si sa mai. Anche perché, per qualsiasi giocatore o allenatore calabrese che sia, sentire il nome VIOLA fa venire i brividi lungo la schiena.

 

 

 

Differenze e caratteristiche tra le tue esperienze includendo Omegna, Hsc e Soverato.?

 

Parto da casa, per questioni cronologiche ed affettive.

Soverato è stata la terra mia per 27 anni, di cui 14 spesi con la canotta NBS.

Nel 2014 si è presentata l’occasione di muovere i primi passi da tecnico, cosa che ho colto al volo con entusiasmo perché ho sempre voluto essere uno scienziato del gioco.

È stato meraviglioso ricoprire il ruolo di capitano in campo, avendo i bambini che seguivo in palestra sugli spalti. Grande responsabilità tecnica ed umana. È stato l’ambiente giusto dove poter iniziare a pensare, che potesse diventare il mio lavoro. Poi durante l’estate 2017, è stata una mamma premurosa che mi ha lasciato libero di provare a camminare da solo.

 

Dopo il grande salto in HSC, dove ho lasciato il cuore. Struttura tecnica e ambientale super.

Ho potuto imparare tantissimo, avere tantissimi professionisti a disposizione da cui imparare il mestiere è stata una grandissima occasione.

In più avere come responsabile un Maestro come Stefano Bizzozi, uomo di una statura umana e cestistica infinita, è un lusso che ti capita pochissime volte nella vita.

In 3 anni, 8 finali nazionali. Un titolo italiano, 2 argenti, 2 bronzi e un quarto posto.

Sono risultati incredibili, ma specchio della qualità del lavoro svolto.

Aggiungo a questo proposito, che è il clima in cui si lavorava era di massima serenità e a misura dei ragazzi giovani con cui condividevamo il campo.

In più, la qualità dei rapporti umani era altissima, con alcuni sono nate delle amicizie che coltivo ancora oggi.

Credo sia stato un mix vincente.

Questo clima disteso era ancora più forte nei gruppi minibasket, si era formata un’atmosfera meravigliosa per la crescita di ogni bambino.

Infatti sento ancora la maggior parte delle famiglie con cui ho condiviso questi anni, che combattono per chi mi debba invitare a cena.

Ogni volta che torno a Roma, vado a trovare quelli che erano i miei ragazzi. L’amore che continuano a donarmi a distanza di tempo è assolutamente meraviglioso. In fondo, allenare non è solo ciò che trasmetti a livello tecnico, ma è prendersi cura del percorso di crescita di ciascun ragazzo, perché prima del ruolo che ricompriamo in campo, siamo persone che si emozionano. Se hai questo riscontro affettivo, significa aver lavorato bene.

 

 

Omegna, posto con grande interesse. Il basket senior ha dominato la scena per anni, con roster ed allenatori sempre di grandissima competenza. In questo ambito è tra le prime 5-6 società del panorama LNP, solidità e correttezza ai massimi livelli.

Negli ultimi 2 anni, è partita anche una pianificazione importante e molto attenta sul mondo giovanili e del minibasket. Lo staff della prima squadra, di cui facevo parte, era impegnatissimo sul fronte giovanile e sono state create delle sinergie con delle realtà circostanti per fare in modo di ambire ad avere una squadra, non solo simbolo di Omegna, ma di tutto il territorio provinciale del VCO.

 

 

 

 

Progetti per il futuro?

 

Futuro prossimo, solo la speranza di tornare in campo quanto prima. Mi accontenterei di fare due tiri al campetto in estate per riprendere il contatto con la realtà.

A parte questo, voglio sicuramente completare il percorso di formazione FIP come allenatore.

Concludo con dei sogni, difficili da realizzare, ma che sono quelli che alimentano sempre più quella fiamma che arde dentro.

Sarebbe meraviglioso poter diventare un formatore, magari in ambito minibasket che vivo come una missione, guidare da capo allenatore una squadra alle finali nazionali per uno scudetto ed entrare a far parte dello staff di una nazionale giovanile.

In fondo, sognare non costa nulla.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Show Buttons
Hide Buttons