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Jonathan Faraci, il cestista reggino che ha domato l’Ironman: “720 giorni di follia, ma non mi sarei mai fermato”

Se qualcuno, per caso, avesse ancora in mente l’esuberante cestista visto alla Botteghelle Basket, è il momento di aggiornare l’immagine. Perché Jonathan Faraci oggi è un ironman.
O, per essere precisi, un finisher del Full Ironman di Cervia, una delle prove di endurance più estreme al mondo, tagliata il 20 settembre scorso dopo 17 ore di nuoto, bici e maratona consecutive. Una sfida che ha visto quasi 3000 iscritti ma solo circa 2000 tagliare il traguardo. Lui, numero 2637, c’è riuscito. E qui racconta come.

I 720 giorni di follia silenziosa
“La preparazione mi ha rubato 720 giorni”, esordisce Jonathan.
Ogni mattina, sveglia tra le 3 e le 5, con ogni condizione possibile: 35 gradi d’estate, pioggia battente, o – durante un periodo in Canada – piedi che affondavano nella neve.
“Ho fatto tutto da solo, senza coach, senza motivatore. 4025 chilometri percorsi in allenamento, più palestra, stretching, mobilità. Volevo arrivarci con le mie forze.”
Poi, il ginocchio sinistro che si infiamma 6 giorni prima della gara. “Ho solo riposato. Non potevo permettermi di pensare al ‘se’.”

Il giorno della verità: nuoto nel verde, bici con i crampi, maratona con lo stomaco
“Il nuoto è stato un incubo psicologico: acque paludose, zero visibilità, solo colore verde per 3,8 km. La bici, 180 km, è stata la prova più dura: crampi terribili a 130 km, in piena salita. Ho pedalato uguale. A un certo punto ho dovuto urinare in sella, per non perdere secondi.”
E poi la maratona: 42,2 km a piedi, dopo tutto il resto. “Il corpo era una fabbrica di dolore. Ma la testa diceva: non si ferma.”

Lo spettacolo della resistenza umana (e della sofferenza)
“Ho visto atleti vomitare, svenire, avere attacchi di panico. I medici correvano sul marciapiede. L’Ironman non è una gara, è un’esperienza limite. Ti mette di fronte a te stesso, nudo.”
Jonathan ricorda ogni dettaglio con la lucidità di chi ha vissuto un’esperienza che segna. “Sapevo che pochi reggini ce l’avevano fatta. Volevo essere tra quelli.”

Ora, cosa resta?
“Resta la consapevolezza che niente è impossibile. Resta il ricordo di quelle migliaia di chilometri fatti all’alba, quando tutti dormivano. Resta un numero: 2637. E la fierezza di averlo portato fino in fondo.”
Jonathan Faraci, oggi, non è più solo un ex cestista.
È un ironman. E forse, soprattutto, è la prova che a Reggio Calabria si forgiano caratteri che non si arrendono mai.

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