NBA

Kornet, il figlio di Frank della Panasonic, fenomeno (di coraggio) e l’amuleto che viene da lontano

San Antonio Spurs-New York Knicks: la finale NBA che vale un’era. 

San Antonio Spurs e New York Knicks si giocano il titolo NBA. Da una parte i texani, che affidano le proprie speranze al talento cristallino di Victor Wembanyama, uomo venuto dalla Francia che promette di cambiare le geometrie della disciplina. Dall’altra i newyorchesi, decisi a riportare l’anello nella Grande Mela per interrompere un digiuno che dura dal 1973 e che ne ha viste tante, tantissime, schiacciata di John Starks inclusa. La serie prende il via nella notte italiana tra mercoledì 3 e giovedì 4 giugno, e proseguirà fino a quando una delle due squadre non avrà conquistato quattro vittorie. Eventuale gara 7 in programma nella notte tra venerdì 19 e sabato 20 giugno.

 

Il 31 maggio San Antonio ha detronizzato i campioni in carica degli Oklahoma City Thunder, aggiudicandosi la finale di Western Conference per 4-3. In gara 7, vinta 111-103, a decidere non è stato solo Wembanyama – già MVP della serie e fresco di premi come miglior difensore della lega e rookie dell’anno – ma anche un recupero destinato a diventare leggenda. A 6:49 dalla sirena, con i Thunder tornati a -6, coach Mitch Johnson è stato costretto a togliere Wembanyama per falli. Time out. Al rientro, Dylan Harper perde palla e regala il contropiede a OKC. Isaiah Hartenstein si avvia verso il canestro per la schiacciata della possibile rimonta, ma Luke Kornet – atleta non certo celebre per le sue doti acrobatiche – compie un recupero clamoroso e lo stoppa. Un’azione che, con le debite proporzioni, evoca la celebre stoppata di LeBron James su Andre Iguodala in gara 7 delle Finals 2016. Proprio quel gesto atletico, inusuale per lui, ha regalato a Kornet le sue terze Finals NBA in cinque anni. Due volte ci era arrivato con i Boston Celtics (sconfitto da Golden State nel 2022, campione contro Dallas nel 2024), ora ci torna con gli Spurs, dove era approdato l’estate scorsa come veterano per lo spogliatoio e cambio di Wembanyama. Ruoli svolti alla perfezione, al punto da trasformarsi in un vero amuleto portafortuna.

Del resto, nella NBA dell’ultimo decennio confermarsi campioni è impresa ai limiti dell’impossibile: per l’ottavo anno consecutivo ci sarà una nuova squadra campione, perché dal 2018 nessuno è riuscito a ripetersi. Gli ultimi a riuscirci furono gli Warriors di Curry e Durant. E anche solo tornare alle Finals a distanza di un anno è diventato complicatissimo (ultimi ci riuscirono ancora gli Warriors nel 2019). Non esistono scorciatoie, insomma, a meno di avere a roster Luke Kornet.

Curiosità: Luke Kornet è figlio d’arte. Suo padre, Frank, negli anni ’90 giocò in Italia. Lo si ricorda in particolare a Reggio Calabria, dove arrivò come sostituto temporaneo del mitico Sasha Volkov nell’annata stellare della Panasonic nel 1993, sotto la guida del presidente Gianni Scambia.  La sua avventura calabrese si chiuse con una media di dieci punti a partita.

C’è un altro legame italiano, però, che scalda i cuori di molti tifosi. Tutta la curva neroarancio–  tiferà e tiferà sempre Spurs. Il motivo? I trascorsi del beniamino Manu Ginobili, oggi nei quadri tecnici del club texano ma per sempre icona leggendaria della franchigia. L’argentino, simbolo degli Spurs nell’era di Duncan, Parker e Popovich, ha lasciato un’impronta indelebile a Reggio dove è cittadino onorario e dove venne scovato nella sua prima esperienza italiana grazie al Coach Gaetano Gebbia.

 

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