La diatriba è partita

Sulle pagine di Basketnet scoppia il confronto tra Big

Riprendo volentieri le riflessioni di Enrico Petrucci (“Apro la scatola dei ricordi”) ed accetto la provocazione del direttore Baldini (“Chi avrà il coraggio di fare la rivoluzione?”), di cui condivido le riflessioni, provando ad approfondire ulteriormente il tema e facendo innanzitutto un paio di precisazioni, anche per evitare di affermare che gli allenatori di prima erano migliori di quelli di adesso, entrando cioè in un terreno molto difficile, cioè quello del confronto fra le generazioni; operazione peraltro pressoché impossibile quando si parla di squadre, di giocatori, ed anche di allenatori.
Tendenzialmente sarei, anzi, portato ad affermare che oggi è tutto meglio di prima, difficile ipotizzare che con il progresso si peggiori, ma non voglio cadere nello stesso errore di chi invece afferma il contrario; mi limito quindi a descrivere due contesti ben diversi, senza esprimere alcun valore di giudizio.
La seconda precisazione riguarda il fatto che se è vero che molti degli allenatori citati nei due articoli hanno fatto strada, in alcuni casi raggiungendo livelli di eccellenza, chi ci dice che la stessa cosa non possa accadere con gli allenatori che allenano oggi le squadre giovanili?
Chi può esser certo che i vari Carrea, Buffo, Galbiati, Catalani, Visciglia, oltre ai già affermati Consolini, Menozzi, D’arcangeli, Schiavi, solo per citare alcuni degli allenatori delle squadre finaliste al campionato under 19 dello scorso anno, non avranno raggiunto anch’essi, fra quindici anni, gli stessi livelli dei vari Messina, Scariolo, Boniciolli, Bucchi, etc. etc.?

Ciò premesso, provo a descrivere due periodi ben distinti, trattandone due aspetti, entrambi fondamentali per la crescita degli allenatori: il contesto e la formazione.
Il contesto
Negli anni 80 il movimento giovanile era fortemente contrassegnato dalla proprietà dei cartellini, il che voleva dire che le piccole società si proponevano come primo obiettivo quello di fare un buon reclutamento, cercando i potenziali giocatori nelle scuole, per strada, ovunque.
Successivamente, si preoccupavano di dare una sufficiente preparazione di base in modo da poter offrire i loro gioiellini alle società maggiori; quindi l’allenatore della piccola e media società doveva essere un buon reclutatore e doveva essere sufficientemente preparato per cominciare il percorso di formazione dei giovani.
Marra a Brindisi, Provinzano a Latina, Lorenzini a San Giovanni Valdarno, Crotti a Ombriano sono soltanto alcuni dei tantissimi nomi di quella tipologia di allenatori, fondamentali nella genesi di generazioni di giocatori che poi sarebbero arrivati ai massimi livelli.
Non solo, nella maggior parte dei casi i ragazzi non pagavano le quote e le società, di anno in anno, potevano selezionare per portare avanti soltanto i migliori; un lavoro orientato prevalentemente alla qualità.
Inutile dire che dalla cessione di questi ipotetici talenti le società ricavavano, nei maggior parte dei casi all’istante, quelle risorse che servivano per portare avanti l’attività per qualche anno o per migliorarla ulteriormente (nelle strutture, nell’organizzazione, etc.).
L’immediatezza del ricavo deve essere sottolineato per comprendere come invece, a distanza di anni, il sistema dei parametri ha in parte fallito.
Al piano di sopra, i grandi club reclutavano nelle piccole società, soprattutto in funzione delle prime squadre; il reclutamento era, in buona sostanza, mirato ad individuare quei giocatori, nel ruolo e nelle caratteristiche, che sarebbero serviti, dopo qualche anno, alla prima squadra.
Il limite degli extracomunitari e l’assenza di comunitari difatti, costringevano a costruirsi in casa la maggior parte dei giocatori.
L’allenatore giovanile delle grandi squadre, di conseguenza, doveva saper anch’egli reclutare e soprattutto sviluppare il talento dei giovani che gli venivano affidati.
Tutto ciò era possibile perché erano questi gli obiettivi della società; Porelli a Bologna piuttosto che Rubini a Milano prima e al Settore Squadre Nazionali dopo, esplicitavano molto chiaramente gli obiettivi ai propri allenatori giovanili: prioritaria era la formazione dei giocatori, secondario e di molto, il raggiungimento di risultati.
Si spiegava, di conseguenza, come le grandi società investissero in giovani allenatori preparati così come diventare un allenatore giovanile di una società di serie A era certamente un traguardo ambito da quella generazione di allenatori.
Tanto è vero che, nella scatola dei ricordi di Enrico Petrucci, non abbiamo trovato solo i nomi di allenatori divenuti poi famosi, ma anche quelli di alcuni, soltanto alcuni, giocatori: Fucka, De Pol, Cantarello, Lulli, Romboli, Bonora ed ancora altri, che venivano affidati ad allenatori competenti ma soprattutto orientati nella direzione indicata dalle rispettive società.
Naturalmente, quei giocatori che non raggiungevano la prima squadra, venivano comunque reinseriti nel mercato delle serie minori, il cui ricavato permetteva di ammortizzare gli investimenti inizialmente sostenuti.
Era quindi il sistema che necessitava di allenatori, a qualsiasi livello, preparati per raggiungere quegli obiettivi: reclutare e sviluppare.
Sembrava un sistema virtuoso e lo sarebbe rimasto se non fossero intervenuti, intorno agli anni novanta, degli avvenimenti che invece lo hanno devastato.
Anche in questo caso non voglio giudicare se è stato o no positivo l’introduzione dello svincolo a parametro (infatti il problema va visto da ogni angolazione), sta di fatto che all’improvviso il sistema si è rovesciato: le piccole società hanno perso la motivazione principale per reclutare ed avviare la formazione e, di conseguenza, hanno virato rapidamente, modificando le proprie strategie per adeguarsi ad un mercato diverso.
L’obiettivo restava sempre lo stesso: sopravvivere e possibilmente migliorare la propria attività, solo che adesso il reclutamento di qualità non pagava più; bisognava incrementare i numeri dei ragazzi, ai quali si chiedono le quote, e con queste andare avanti.
Non serviva più individuare il ragazzo alto appostandosi all’uscita delle scuole o girando nelle palestre, anche di altri sport; l’obiettivo era diventato portare quanti più ragazzi a giocare a pallacanestro, non avviando o per lo meno rimandando il più tardi possibile la progressiva selezione.
A questo sistema, nelle società di base, serviva un altro tipo di allenatore, non voglio dire migliore o peggiore, semplicemente in possesso di competenze diverse: saper reclutare la quantità, saper motivare i ragazzi affinché continuassero a giocare, indipendentemente dalle loro qualità ed infine, saper gestire numeri abbastanza alti e non selezionati di ragazzi.
Ed al piano di sopra? Ancora peggio: al cambiamento di prima (l’introduzione dello svincolo) si era, ancor prima, aggiunto un altro evento che in breve avrebbe rivoluzionato il sistema: la legge Bosman e la progressiva apertura agli stranieri in poco tempo ha disincentivato le grandi società ad investire nel settore giovanile e non sono bastati i diversi “obblighi” inseriti dalla FIP (obbligo di fare campionati giovanili, inserimento obbligatorio della figura di responsabile tecnico del settore giovanile, obbligo degli under), peraltro facilmente aggirati.
Inutile infatti “obbligare” ad investire sul settore giovanile, quando il mercato aperto adesso pone la nuova generazione di dirigenti di vertice di fronte ad una semplice ed evidente interrogativo: a che serve costruirsi i giocatori in casa, investendo nel reclutamento, affidandosi ad allenatori capaci ed in quanto tali costosi, quando ormai si possono avere giocatori migliori e a costi inferiori, quali quelli offerti dal mercato aperto?
Per gli allenatori giovanili l’effetto è stato devastante: quelli che avrebbero volentieri continuato a lavorare nei settori giovanili sono stati costretti ad emigrare nelle prime squadre (non sempre di primo livello); quelli che prima vedevano le grandi organizzazioni giovanili come obiettivo della propria carriera, hanno abbandonato i sogni cercando anch’essi le prime squadre oppure, ancora peggio, hanno utilizzato le esperienze giovanili per poter al più presto raggiungere la gloria della prima squadra.
Con la conseguenza che il loro lavoro nelle squadre giovanili non era più proiettato alla formazione dei giocatori ma al raggiungimento di risultati al fine di acquisire quella notorietà e quel riconoscimento che avrebbe loro aperto il mercato delle categorie senior; in qualche modo viene a cadere l’alibi dietro il quale molte volte ci siamo nascosti, affermando che la ricerca dei risultati a livello giovanile è una richiesta dei dirigenti, mentre in realtà, pur con le dovute eccezioni, siamo stati noi allenatori ad avvertire questa esigenza.
E, coerentemente, anche il reclutamento è stato viziato: non più individuare quei giocatori che negli anni avrebbero coperto quei ruoli specifici nelle prime squadre, ormai divenute cantieri sempre aperti senza elementi di stabilità, ma giocatori di completamento per le squadre giovanili, funzionali al risultato.
Proprio il reclutamento è stato il settore maggiormente penalizzato dai cambiamenti; non è un caso che forse l’ultima generazione di giocatori “grandi” sia stata quella di Marconato e Chiacig.
Il livello del reclutamento è peggiorato non solo perché il movimento basket ha smesso di cercare ma anche in considerazione del fatto che altri sport si sono fatti avanti nel reclutare ragazzi alti, in primis il calcio, lo sport più popolare, che oggi, anche a livello giovanile, presenta molti ragazzi che per struttura fisica avremmo volentieri tenuto nelle nostre squadre.
Il punto essenziale è: oggi non basta cercare all’interno del movimento basket (cioè nelle piccole e medie società); bisognerebbe reclutare al di fuori.
Naturalmente, non si può generalizzare: ci sono state società (poche) che hanno continuato a credere nell’attività giovanile (Virtus Bologna su tutte) ed altre di primo livello che hanno costruito dei settori giovanili d’eccellenza (Reggio Emilia, Biella) con il chiaro intento di formare giocatori.
Nelle categorie più basse, la maggior parte delle società ha smesso di investire nei giovani, anche perché il sistema “Premio incentivazioni”, sia pur ipoteticamente virtuoso, non ha fatto presa (le ragioni potrebbero essere esposte successivamente); anche in questo caso ci sono state delle eccezioni (ad esempio la Stella Azzurra Roma o il progetto Vivibasket di Napoli).

La formazione
Cosa incide fortemente nella formazione di un allenatore? Sostanzialmente quattro fattori:

– la propria personale attitudine;
– l’esperienza diretta;
– il livello dei formatori (intendendo per questi non solo chi tiene dei corsi di formazione ma anche chi si ha la possibilità di frequentare durante l’attività presso il proprio club);
– la qualità dei processi formativi.

Da chi è stata formata la generazione degli allenatori degli anni ottanta?
Chi ha tenuto il corso per aspiranti allenatori di Roma nel 1978, al quale hanno partecipato, fra gli altri, Casalini, Messina, Di Lorenzo, Novello, e tanti altri ancora? Vittorio Tracuzzi!
Tracuzzi, Paratore, Gamba, Primo, Sales, Bianchini, Taurisano, Pentassuglia, Asteo, Nikolic, Zorzi, Benvenuti, Guerrieri, Peterson, De Sisti, sono stati i maestri della pallacanestro italiana, non solo per il loro lavoro con giocatori o squadre, ma anche per aver contribuito alla crescita delle nuove generazioni di allenatori.
E poi ancora Arrigoni, Rinaldi, Vandoni, Puglisi, Faina, Blasone, Asti, Zappi, Boero, Iaci, e mi perdonino i tanti che non ricordo.
Nell’ambito della formazione istituzionale (i corsi), le metodologie si basavano essenzialmente sull’esperienza dei maestri che, ciascuno a modo suo, trasferiva le proprie competenze ai giovani allenatori.
Ad inizio degli anni novanta si è cominciato ad avviare un percorso di formazione dei formatori, di cui sono stato uno dei principali fautori.
Il formatore non doveva essere soltanto un bravo allenatore ma anche un docente in possesso di competenze specifiche che riguardavano le capacità didattiche del proprio ruolo di formatore (relazionarsi, sostenere, valutare, etc.).
La programmazione dei vari momenti formativi è stata maggiormente attenzionata, è stato dato maggior spazio a quelle materie che prima si ritenevano inutili o quasi (preparazione fisica, psicologia, metodologia dell’insegnamento) ma soprattutto è stata creata la figura del formatore che, in teoria, dovrebbe avere competenze adeguate.
Inoltre si è cercato di uniformare la formazione, perdendosi quella interpretazione personale che gli allenatori degli anni 70 e 80 invece offrivano.
Di fatto, oggi, a tenere i corsi (non la singola lezione ma un intero corso) non sono gli allenatori che sono al vertice della pallacanestro italiana.
Anche in questo caso, non esprimo giudizi, non valuto se era meglio prima o se è meglio adesso; lascio a ciascuno la facoltà di formarsi una propria opinione con la speranza di aver fornito informazioni funzionali alla formulazione di tali giudizi.
In conclusione, se il movimento italiano si ritiene, per usare un eufemismo, in difficoltà (perché se invece siamo convinti che sia assolutamente sano, ogni discorso viene a cadere), le cause non possono essere ricercate negli allenatori che non insegnano più i fondamentali e nemmeno nella classe dirigente che non è meno illuminata della precedente ma si adegua alle nuove richieste ed opportunità del mercato; semmai al sistema che probabilmente non ha saputo comprendere ed affrontare adeguatamente le problematiche esplose con i cambiamenti che anziché produrre sviluppo hanno destabilizzato e compromesso un movimento che, anche perché inserito in un contesto sociale differente, era certamente all’avanguardia in Europa.
Ecco perché la sfida del Direttore Baldini non deve essere lanciata alle società di serie A ma ai piani più alti, dove si decidono le regole del sistema!

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