LA LAST DANCE DEI CAMPIONI D’ITALIA DELLA REGHION
Una storia di emozioni, di sacrifici, di notti insonni, di telefonate a casa mentre i figli chiedevano: “Papà, quando torni?” E loro rispondevano: “Quando portiamo a casa la Coppa.”
Vi raccontiamo la loro Last Dance. Perché se questa fosse l’ultima volta, se questo gruppo dovesse sciogliersi come neve al sole, allora vogliamo che ogni dettaglio resti impresso. Come un tatuaggio sulla pelle dell’anima. La Popolare è nuovamente campione d’Italia CSI. Non è solo un titolo. È una rivincita. È la dimostrazione che il basket non è solo quello che vedi in TV,quello di una Fip marcia e rovinata dai protagonisti e dalle poltrone, con i parquet lucidi e i riflettori. Il basket vero è quello che si gioca nei campi che sembrano garage, con le linee dipinte male, senza la continuità del tiro da tre, e i canestri che oscillano. Ed è lì, in quel Kaos, quello dei Tk s’intende, che nascono storie come questa.
Spopola sui social. I reel, i post, le storie. I like che piovono come pioggia d’estate. I commenti degli sconosciuti che diventano fratelli. La foto del capitano Rugolo che alza la Coppa ha fatto il giro del web in meno di un’ora. Tutti vogliono un pezzo di quella gloria. Adesso la Politica, le Istituzioni e anche Stefano De Martino vogliono premiarli. Perché la storia della Popolare è così bella che sembra una fiction, ma è vera.
Ma la verità vera, quella che non finisce sui social, è un’altra. In realtà, si sono autotassati per esserci. Nessuno ha pagato il viaggio. Nessuno ha pagato l’hotel. Nessuno ha pagato il pasto. Hanno messo mano al portafoglio, hanno tirato fuori i risparmi, hanno contato le monetine. Hanno detto: “Se dobbiamo andare, andiamo con le nostre gambe e con i nostri soldi.” E hanno lasciato a casa mogli, fidanzate, figli e figli in arrivo. Hanno saltato compleanni. Hanno saltato anniversari. Hanno saltato ecografie.
E ogni volta che lo schermo del telefono si illuminava con una foto del pancione o con un “ti amo” scritto veloce, loro ingoiavano la nostalgia e tornavano in campo.
Loro, sono i “figli del disagio”. Loro lo hanno trasformato in un mantra. In un grido di battaglia. In uno striscione da srotolare in curva. Perché il disagio non è una condanna. È un motore. È la fame che ti fa correre più forte. È la voglia di dimostrare che anche chi parte da lontano, dal profondo sud, al grido di “Calabresi di merdx” può arrivare primo. Pronti a contrattare un pranzo a dodici euro in una trattoria del centro di Asti. . E in quel momento, più che sul podio, sono stati veramente campioni, insieme alla Curva, una cosa sola.
Pronti a riflettere, statistiche alla mano, dopo la clamorosa sconfitta contro Roma Nord. . . Ma invece di crollare, loro hanno preso quei numeri – i tiri sbagliati, i rimbalzi persi, le palle perse – e li hanno studiati come fossero un teorema. Ne hanno fatto la loro forza. Hanno trasformato la sconfitta in lezione. E la lezione in vittoria. Pronti a resistere a campi che sembravano Garage. . Docce che alternavano ghiaccio e bollente. Eppure, per loro, era il Madison Square Garden. Perché il campo non è fatto di legno. È fatto di cuore. E loro ne avevano da vendere.
Il CSI Reggio Calabria aveva offerto qualcosa di superlativo al nazionale. Strutture moderne. Logistica perfetta. Organizzazione da manuale. Un’offerta che avrebbe fatto gola a chiunque. Ma clamorosamente, la richiesta è fuggita verso il Piemonte. Perché i campioni non cercano la strada comoda. Cercano la leggenda. E la leggenda non si costruisce nella comfort zone. Si costruisce lì dove tutto è contro di te.
Sostenuti da una curva da sogno che farebbe invidia a tante realtà della Serie A. Non pubblicità. Non diritti tv. Solo voci. Solo passione. Solo cuore. I Total Kaos. Un nome che è un programma. Un nome che è una promessa. Un nome che è una famiglia. A tal proposito, mai abbiamo deciso di sindacare sulla scelta dello storico club nato nel 1990, e mai lo faremo. Ognuno è libero di fare le proprie scelte con serenità, senza mai dimenticare l’amore per la pallacanestro. I Tk erano lì. Sempre. In ogni partita. In ogni trasferta. In ogni momento di difficoltà. A battere il cuore, a scandire il ritmo, a trasformare quel “garage” in un tempio. E quando il pubblico cantava, il parquet tremava. E quando il parquet tremava, gli avversari vacillavano.
Noi, li abbiamo seguiti. Abbiamo sudato con loro. Abbiamo urlato con loro. E per certi versi, siamo diventati parte della squadra e parte della curva. Con orgoglio massimo e una stima reciproca dimostrata con i fatti, pallone dopo pallone. Non con le parole. Con i fatti.
È stato un onore seguirvi. Non è una frase fatta. È la verità. È la sensazione che rimane quando il tripudio si spegne e rimani solo, con gli occhi pieni di immagini e il cuore pieno di gratitudine. E qualora fosse stata una vera Last Dance, l’ultimo valzer di questa squadra, di questo gruppo di guerrieri, di questi fratelli di parquet, allora noi la porteremo sempre nel nostro cuore.


