LA MAGIA DI UNA SEMPLICE RETINA NEL CAMPETTO KOBE E GIANNA
Il metallo del ferro sferraglia nel vento asciutto di fine settembre, ma per Rokko Romeo quel suono non è mai stato rumore.
È una frequenza di casa.
Ogni retina spezzata, ogni rimbalzo che scheggia l’asfalto del campetto “Gianna e Kobe Bryant” è un mattone invisibile posato nel centro del suo petto.
Per il glorioso tifoso neroarancio dei Total Kaos, campione d’Italia con la Reghion e quel rettangolo di cemento non sono un passatempo: sono la planimetria dell’anima, dove un canestro vale quanto il tetto sopra la testa e una tripla spaccatabella restituisce il senso a un’intera settimana.
Quella mattina, però, la pressione nel sangue di Rokko viaggiava oltre il limite consentito. Troppi decibel, troppe transizioni primarie, un’overdose di adrenalina cestiastica accumulata a bordo campo che minacciava di farlo decollare.
«Calmati, Rokko, che stasera mi fai fare uno straordinario non retribuito,» brontolava Nino, per tutti “il Dottore”, mentre con la calma olimpica di chi ne ha viste troppe cercava figurativamente di anestetizzarlo. Ma guarire Rokko dalla passione neroarancio è come pretendere di svuotare lo Stretto con un cucchiaio.
Sullo sfondo, silenziosa e maestosa, la sedia dedicata alla Memoria di Gaetano Gebbia continuava a vegliare. Un melting pot infuocato dove i ragazzi di Archi CEP scambiano pick and roll con i veterani del Gebbione, dove la comunità filippina detta la transizione e le ragazzine con le trecce provano l’eurostep sognando le giocate alla Zandalasini. E poi ci sono loro, i tiratori folli, gli Steph Curry in erba pronti a sparare da otto metri, completamente curanti di graffiare o lesionare le carrozzerie delle auto parcheggiate a un millimetro dalla linea di fondo. Se parcheggi lì, sai già a cosa vai incontro: fa parte del regolamento non scritto.
Poi, il tempo si ferma per un istante.
CLACK-SWISH.
La palla bacia il legno artificiale, trova la retina appena montata con precisione e precipita a terra con un rimbombo perfetto.



