Story

La panchina di Santi

La panchina della Viola Reggio Calabria era di legno chiaro. Santi Puglisi vi si sedeva stringendo tra le mani un tabellino zeppo di nomi, uno dei quali risaltava più degli altri: Bryant, Joe.
“Kobe ha otto anni”, gli aveva detto il padre, e negli spogliatoi correva un bambino con i dreadlock e gli occhi che già bruciavano di una fame sconosciuta a molti in quella Serie A2 del 1986.
Santi non aveva vinto molto, quell’anno. La stagione si chiuse a metà classifica, tra infortuni e sfortunte.. Ma quando ripensa a Reggio, non vede la classifica. Vede l’uomo dietro il giocatore. Vede la sua vera partita: costruire.
La sua non era una carriera per titoli, all’inizio. Era fatta di fondamentali invisibili. Aveva forgiato campioni nella fucina della Stella Azzurra Roma, aveva affiancato il gigante Sandro Gamba, assorbendo il silenzio sapiente che precede un Europeo vinto. Poi, quella panchina in Calabria, fu il suo crogiolo.
Dopo, la scrivania. Lì, Santi divenne un architetto. Da quel legno scricchiolante passò a costruire palazzi. A Pesaro per sette anni, a Bologna per undici: il suo mestiere non era più tirare su quintetti, ma squadre intere, culture vincenti. Tre scudetti, coppe, trofei. A Brindisi portò il vento del nord in una terra assetata di basket, e costruì scale per farle raggiungere le Final Eight.
Buon compleanno Coach!

 

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