La storia di Manu Ginobili

Traduzione dall’intervista su Ted

Intervista a Manu Ginobili, cittadino onorario di Reggio Calabria, stella dei San Antonio Spurs che ha vissuto la sua prima esperienza in Italia alla Viola Reggio Calabria di Coach Gaetano Gebbia

Sono molti anni che seguo Ted, mi piace molto ascoltarla e ne sono un ammiratore e nel momento che mi diedero la possibilità di passare dall’altro lato della telecamera o dall’altro lato l’idea mi piacque; Il problema fu quando mi chiesero di cosa mi sarebbe piaciuto parlare; mi dissero di essere istintivo; allora misi il freno a mano e iniziai a pensare di nuovo perché veramente non ero sicuro di farcela, di essere capace di parlare di qualche argomento, avevo paura di parlare di un tema così importante.

Per prima cosa neanche l’avevo mai pensato, non lo avevo analizzato, neanche me l’avevano chiesto e, senza sembrare noioso o arrogante, come parlare di questo argomento? Però mi piacque la sfida e il cammino per arrivare fin qui, di fronte alla telecamera e analizzare cosa mi successe, come fu, quali furono tutti i passi della mia carriera per arrivare dove sono ora. E il parlarne mi ha fatto riflettere, mi è piaciuto e spero che si capisca che ho cercato di allontanarmi da quello che sono per raccontarmi come uno spettatore.

Succede che a 15 anni niente, assolutamente niente, mi faceva pensare che mi sarei distinto giocando a basket, non ero per niente un ragazzo prodigio, non ero un Le Bron James né un Messi, né, pur avendo le prime nozioni, pensavo a 15 anni che sarai andato a giocare in futuro nella squadra nazionale perché ero un “tipo” particolare, ero un ragazzo magro, piccolo, l’unica cosa che mi poteva differenziare era una grande passione per quello che facevo, mi piaceva molto. Oltretutto a 15 anni i miei fratelli erano già professionisti, già vivevano del basket e io non volevo essere da meno. Così, a partire da quel momento decisi di dedicare sempre + tempo al basket. Entrai in palestra e insistevo con mia madre affinchè trovasse un dietologo per aiutarmi verso una sana crescita e un miglior sviluppo. Comincio a guardare video di basket e mentre vedevo i video correvo al palazzetto per cercare di copiare ciò che avevo visto e ricordo che, dopo aver giocato le partite, tornavo a casa e sia se ero contento perche’ avevamo vinto sia se ero triste e depresso per aver giocato male, per aumentare la mia autostima mi mettevo di fronte allo specchio e mi dicevo: “Cane!”, “così vuoi giocare nella nazionale?” o “così vuoi imitare i tuoi fratelli?” ed ero duro con me stesso; però questo modo di fare mi dava forza, mi spronava, mi suggeriva che quello era il modo giusto di fare.

Tutte le ore che stavo dedicando al basket poco a poco iniziarono a dare frutto, mi sentivo un po’ più robusto, più forte, e iniziavo a saltare un po’ di più. A 18 anni mi danno la possibilità di diventare un giocatore professionista. Vado a giocare a La Rioja con molti dubbi, ovviamente, come qualsiasi ragazzo di 18 anni a 1500 Km lontano da casa, con molto dubbi ma con molto entusiasmo, contento di seguire i passi dei miei fratelli e vivendo del basket, però, tuttavia non credevo che ci fosse qualcosa di speciale in me, che qualcosa mi differenziasse. Ho giocato, alcune partite sono andate bene però niente mi faceva “risplendere”, diversamente da un altro ragazzo di 18 anni che giocava nella Liga. C’era qualcosa che faceva pensare che sarei diventato un buon giocatore della Liga ma niente di più.

Nell’anno seguente torno a Bahia Blanca all’Estudiantes di Bahia Blanca. Sentivo che cominciavo a crescere; a poco a poco le cose iniziano a venire con più naturalità. In alcuni momenti faccio grandi partite dove si notano cose che qualche mese prima non credevo di poter fare. C’è, però, un momento chiave in quell’anno, è una chiacchierata con uno straniero che giocava con me che aveva giocato in NBA, aveva giocato 2,3 anni in NBA. Mi sente e mi dice: “ devi andare negli Stati Uniti, devi studiare in un’università degli Stati Uniti, se vuoi vai lì, stai 4 anni e finisci in NBA”. Io lo guardo come dicendo: “impossibile, è un mio amico lo dice per motivarmi”. Nel 1997 c’è un passo molto importante per la mia carriera che fu giocare il Mondiale e andò bene, abbiamo fatto un gran campionato, un gran successo. Sentivo di avere qualcosa di diverso, però al ritorno, pur sapendo che stavo nell’elite dei ragazzi del Paese fu come se la mia personalità cambiasse: entrai in autostima, in confidenza e giocai l’ultima stagione in Argentina con molta più rilassatezza e sicurezza.

Immediatamente mi imposi due obiettivi ben chiari: uno era giocare il mondiale subito dopo i 21 anni ad Atene e l’altro era emigrare, cercare di misurarmi con giocatori migliori di me, per alzare il livello come se in Argentina avessi compiuto quello che dovevo fare.

I due obiettivi raggiunti, vado al Mondiale e poi a giocare in Italia.

In Italia è stato come un progresso continuo, passo dopo passo perché ho giocato nella seconda divisione, non ho iniziato in una squadra tipo il Milan del calcio. L’anno seguente saliamo in prima divisione. Sento che sto alzando di livello, che accadono cose diverse

una squadra giovane, una tipica squadra “rivelazione” e non riuscivo ad alzare il livello perchè giocavo in una squadra con un talento un po’ limitato.

Però l’anno seguente la migliore squadra d’Europa compra il mio cartellino da questa squadra minore e inizio a giocare dove volevo: una squadra in cui avevo chances di essere campione, una squadra con grandi giocatori; io pensavo di entrare in squadra con un ruolo minore, non dico che non dovevo giocare per niente però neanche essere titolare ne avere tutta la “prepotenza” che avevo nella squadra di seconda divisione. Ovviamente, però, è lì che ho avuto il salto di qualità più grande di tutta la mia carriera; abbiamo vinto la Coppa Italia, una coppa minore ma locale, la Lega Italiana e poi l’Europa. In quel momento automaticamente mi passa quello che avevo pensato 3 anni prima: sono qua, sono venuto per diventare campione, per migliorare e  competere con i migliori che, tuttavia, non sono migliori di me. Già mi consideravo nell’elite del basket europeo.

Il passo seguente, quello naturale che restava era l’NBA. Vengono i San Antonio Spurs, mi comprano, un mondo totalmente diverso che avevo visto solo in Tv e di cui mi sarebbe piaciuto farne parte, però una volta lì volevo migliorare, volevo trionfare e fare bene.

Per la prima volta nella mia carriera, in quegli anni, incontro delle difficoltà; non avevo una regolarità di gioco che pensavo potessi avere; avevo molti infortuni, mi ero infortunato al mondiale e ogni volta che iniziavo a giocare un po’ mi infortunavo e avevo un ruolo molto limitato e sentivo che non davo al gioco quello che avevo dentro. Furono 3,4,5 mesi abbastanza complicati e in un momento persi la stima in me, sapevo che col tempo poteva andare meglio ma mi stavo spazientendo; dico così perché per natura sono impaziente.

Però verso la fine del campionato le cose iniziano a migliorare a poco a poco e noto nei miei compagni e nello staff tecnico una stima superiore, mi dedicavano 25, 30 minuti al palazzetto facevano giochi per me affinchè concludessi e iniziai a sentirmi bene; però vi dico la verità a quel livello interiormente sentivo dirmi: mi mancano, non so se ho ciò che necessita per trasformarmi in un grande giocatore dell’NBA o per salire di livello medio.

Cosa che iniziai a fare nei seguenti due anni puntualmente il momento chiave della mia carriera e nel basket argentino e nella storia dello sport argentino furono le Olimpiadi del 2004.

Quello che ho sentito, che ha sentito la mia squadra, è stato un momento unico, irripetibile per qualsiasi atleta che non abbia vissuto quella situazione. Mi viene la pelle d’oca solo a ricordarlo e tutto quello che abbiamo vissuto credo che diede un autostima superlativa e io, dopo aver vinto il campionato olimpico e dopo aver festeggiato con i miei compagni, tornai in NBA con una mentalità totalmente diversa sapendo che non dovevo dimostrare più niente. Io ero campione olimpico con la squadra argentina, avevamo eliminato gli Stati Uniti e non avevo nulla da dimostrare. Non era lo stesso di un anno prima. Con questa tranquillità e il fatto di aver eliminato la pressione inizio a giocare  meglio e inizio a sentire il riconoscimento non solo dei miei compagni ma anche degli allenatori e dei miei avversari e questo ha cambiato molto in me; mi ha cambiato molto perché quando uno gioca sapendo di godere di un certo rispetto gioca con + tranquillità e affiatamento, allora a partire da quel momento sono cambiate tante cose, sono tornato a vincere nell’NBA, mi nominarono star dei 24 teorici migliori giocatori dell’NBA, cosa che, se era impensabile per me giocare in NBA, immaginate far parte di quel gruppo.

Così notavo che iniziavano a succedere tante cose e non potevano essere una caso e che c’era qualcosa; allora mi sono messo a pensare e anche adesso lo faccio “ che sta succedendo? Perché a me?”; avevo lavorato più degli altri? Penso di no, perché sì, è vero avevo lavorato molto ma non più degli altri; il talento, era una parola che mi dicevano, molto talento. Ma cos è il talento? Quanti talenti ci sono? Mi sono messo a pensare, il talento che avevo a 20 anni era diverso da quello che dopo iniziai ad aggiungere al mio gioco; il talento dei 20 anni era grezzo ma lo stesso talento di adesso, non mi stancavo di lavorare ma bisognava aggiungere altre cose. Così a seguito della mia esperienza in squadra arrivai alla conclusione che talenti ce ne sono tanti;

Un talento molto importante è darsi un obiettivo, darsi un obiettivo e non lasciarsi distrarre, non andare allo sbaraglio, cercarlo, identificarlo e fare tutto quello che ti è possibile per raggiungerlo.

Altro talento importante è capire cosa succede attorno a te, tutto quello che serve alla tua squadra, qual è l’idea del tuo allenatore, cosa manca e cosa puoi aggiungere affinchè la tua squadra faccia il salto di qualità. Identificare tutto questo ed essere capaci di concretizzarlo.

Altra cosa importante è, in un determinato momento, saper relegare il tuo essere “brillante” affinchè la squadra vinca. Cioè, posso fare 30 pti, io o chiunque altro, a partita; ed è vero è divertente, quando fai il salto di qualità puoi farne 10 e dopo chiami l’attenzione e cerchi il tuo compagno perché anche il tuo compagno stia bene.

Altro talento molto importante che ho appena detto è godere di giocare coi tuoi compagni, non essere sempre dipendente da quello che devi fare da solo ma essere contento anche quando fai un passaggio e il tuo compagno segna, quando vedo che un debuttante che gioca con me sta crescendo e sta diventando un grande giocatore; a parte il fatto di sentirsi bene, l’altruismo aiuta la squadra a vincere. Meglio stanno i miei compagni, meglio sta la squadra e più chances abbiamo di vincere.

E l’ultimo, ma non meno importante, è il capire i tuoi limiti; semplicemente ci sono momenti in cui non puoi  fare tutto, per quanto tu ti sforzi non ce la fai perché c’è una squadra più forte, una strategia di gioco che è più importante del tuo “essere brillante personale” a tutti i costi. Io ho avuto la fortuna, in tutte le squadre in cui ho giocato, di aver al mio fianco i migliori giocatori con talenti non comuni che non si vedono ma erano i primi ad alzare la mano quando c’era da difendere sul migliore avversario, erano i primi a buttarsi dentro nella mischia quando la partita diventava difficile e che in nessun momento pensavano o contemplavano la possibilità di leggere su di loro le recensioni post partita, o che il tifoso cantasse il suo nome, non era questo il loro obiettivo, bensì mettere il granello di sabbia affinchè la squadra vincesse e festeggiare tutti insieme.

Credo che queste 5 cose che ho nominato sono quelle che fanno in modo che insieme formino una squadra vincente, un giocatore completo, sono cose importantissime per poter segnare una differenza col giocatore che hai accanto. Ci sono quelli che ne hanno uno (talento) e gli basta, chi ne ha 3 e chi tutti e 5 e sono quelli che fanno la differenza. Ma non rimanete con la convinzione o sensazione che il talento sia la bella giocata, non è così, tutto quello che ho spiegato mi è servito per spiccare nel mondo del basket. Gli ho dedicato tutta la mia vita, ma purtroppo c’è una data di scadenza. Una data di scadenza che non è a 65 o 70 anni come ad un avvocato, un contabile o un lavoratore qualsiasi; la mia data di scadenza è al massimo a 40 anni, quando una persona normale che ha studiato incomincia a lavorare; allora come affrontare questo momento? Quando so che comincia una nuova vita, diversa, al di fuori di un mondo che non ho mai gestito, una vita nella quale non ci sarà quella sensazione di adrenalina, o il tipo di emozioni che ho vissuto fin ora, è normale che queste non ci saranno. Come si potrebbe ripetere l’emozione che ho vissuto al fischio finale ad Atene e piangendo con i miei amici e compagni della nazionale festeggiando la medaglia d’oro? Impossibile! Come ripetere il solletico allo stomaco e la pressione che ho sentito prima della partita (gara 7) contro Detroit nella finale per l’anello del 2005 sapendo che c’erano 25 mila persone al palazzetto che tifavano per noi, più 100 milioni a casa a guardarci alla Tv e con la certezza che non ci sarebbe stato un domani, che non potevi sbagliare, chi vinceva festeggiava e chi perdeva tornava a casa a testa bassa. Come ripetere tutto questo, non si può!

Come a soli 40 anni, quando uno è appena arrivato a metà tragitto, come sarà il secondo tempo della mia vita? Quando so che assolutamente nulla di quello che farò d’ora in poi, sarà neanche lontanamente somigliante a quello che ho fatto in passato, ai 28, 30, 32 anni. Come cercare di staccarmi da tutto questo una volta che avrò deciso cosa fare d’ora in poi. Quello che più mi fa pensare e valutare è: veramente mi interessa (staccarmi)?  GRAZIE 

Grazie a Domenico Quartuccio “Alma Argentina”

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