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L’Uomo che Volava sullo Stretto:Auguri Mark, il Michael Jordan neroarancio

C’è un nome che riecheggia nei vicoli del Gebbione, un sussurro che diventa grido a Santa Caterina quando il cielo sopra lo Stretto si fa viola.

Un nome che non è scritto solo nei libri di statistiche, ma è inciso a fuoco nella memoria collettiva di una città: Mark Campanaro.

Anno 2025:un gruppo di bambini gioca al famosissimo gioco della “Campana”. Ad un certo punto, tutti i bambini, consigliati da un cinquantenne attempato che sfodera ancora il suo panataloncino giallo “Opel”, inizano a cantare, “Ehhh..Campanaro, Marco Marco Marco…Campanaro”.
Non è un nuovo gioco, è un inno, una fede, un modo che accompagnò a canestro generazioni e generazioni.

La sua non era una semplice storia di basket. Era un poema epico scritto con cross-over devastanti, schiacciate da un altro pianeta e una sregolatezza da genio incompreso.

L’idolo dello Snooty.

Era il nostro Paul Gascoigne con le scarpe da ginnastica Adidas Top Ten, la follia creativa di Trevís Best con la potenza di un tornado. Ma forte, davvero forte. Talmente forte che se in quegli anni ruggenti avessero lanciato le «Nike Air Campanaro», ogni bambino, ogni operaio, ogni nonno di Reggio Calabria ne avrebbe avuto un paio. Sarebbero state scarpe per volare, non per camminare.

Nato a Toledo, Ohio, con il sangue di Corleone che gli scorreva nelle vene, Mark trovò la sua patria non per diritto di nascita, ma per diritto di incanto. Dopo le prime esperienze a Mestre e Perugia, il destino lo chiamò a sud, dove il mare bagna la Calabria e il cuore batte più forte.
Il 30 settembre 1982, la Viola Reggio Calabria firmò il suo primo americano. Ma Campanaro non era solo un americano. Era un artista. Il suo stipendio, 50 milioni di lire più un appartamento, fu l’investimento più redditizio della storia dello sport reggino. Per sei stagioni, dal 1982 al 1988, il PalaCalafiore fu il suo teatro e lui l’attore protagonista di un dramma sportivo fatto di gesti sublimi.

Le sue azioni erano mirabolanti. Volava alla Julius Erving, sfidando la gravità con una facilità che lasciava il pubblico a bocca aperta e il tabellone a segnare punti a raffica.

Era genio e sregolatezza: poteva risolvere una partita con una giocata da premio Nobel e poi farti venire i capelli bianchi durante la settimana, anche perchè, gli allenamenti dei primi giorni del programma settimanale, diciamola tutta, non erano il suo forte. Ma era il nostro genio. Il nostro folle.

La sua battaglia per essere riconosciuto non come straniero, ma come italiano a tutti gli effetti, fu una partita vinta fuori dal campo dal Giudice Viola.

La “riunione” operativa ed introspettiva nei servizi di un Hotel del Giudice, con tanto di libri di Diritto internazionale alla mano fu il segreto, davanti agli occhi compiaciuti di Gianni Scambia.

165 partite, 2.335 punti in A1 e A2. Numeri da leggenda. Ma i numeri non possono contenere le emozioni, non possono raccontare la luce negli occhi di chi lo vide librarsi in aria.

Dopo la Viola, il suo viaggio continuò tra Corato e Pistoia, ma il suo cuore, lo sappiamo tutti, è rimasto per sempre incastonato nel parquet di Reggio Calabria insieme a Kim ed a quel “polentone” del suo amico “Topolino”,il Capitano Massimo Bianchi.

Auguri, Mark. Le tue gesta, i tuoi voli, la tua leggenda, rimarranno per sempre negli occhi e nel cuore di chi ha avuto il privilegio di vederti giocare. Sei il Michael Jordan di Reggio Calabria. Sei, semplicemente, un mito.

La sua storia

Oggi, il mito assoluto della storia della Viola compie 65 anni.Le sue mirabolanti azioni rimarranno per sempre negli occhi e nel cuore dei tifosi.

La storia – Nato a Toledo in Ohio da una famiglia originaria di Corleone, Campanaro gioca dapprima nella squadra della Servite High School e successivamente in quella della Università della California, Santa Barbara.

Campanaro trova fortuna in Italia: la sua prima squadra è la Vidal Mestre, con cui disputa 37 partite e realizza 654 punti. Passa poi a Perugia, mantenendo uno status particolare frutto di un accordo con la FIP: pur essendo cittadino italiano a tutti gli effetti dal 1977, in massima serie è da considerare statunitense e nelle serie inferiori come italiano.

Le stagioni italiane di maggior successo sono però quelle alla Viola Reggio Calabria.

Campanaro (il cui cartellino è di proprietà del Basket Mestre di Pieraldo Celada) firma l’accordo con la società reggina il 30 settembre 1982, divenendo così il primo giocatore americano nella storia della squadra. Il primo stipendio annuale è di 50 milioni di lire più l’affitto dell’appartamento; negli anni la cifra lieviterà, fino ad arrivare ai 105 milioni dell’ultima stagione.

Campanaro rimane alla Viola per sei stagioni consecutive dal 1982 al 1988. Sono anni nei quali delizia il pubblico reggino con giocate da fuoriclasse: gesta che lo fanno restare ancora oggi nella memoria degli appassionati di basket della Viola. Disputa 165 partite tra Serie A1 e Serie A2, realizzando 2.335 punti; a questi dati vanno aggiunti quelli relativi al campionato di Serie B 1982-83. Proprio nel 1983, precisamente il 30 aprile, Campanaro decide di scrivere una lettera al presidente della Federazione, chiedendo che venga riconosciuto il suo status di cittadino italiano in qualunque serie del campionato. La richiesta viene appoggiata dalla società; la FIP inizialmente rifiutò la richiesta della Viola, ma fu successivamente costretta a darle ragione dopo l’arbitrato promosso dalla società reggina.

Campanaro venne così considerato italiano a tutti gli effetti, e il 5 settembre 1983 esordì in Nazionale nella sfida contro i New York City All Stars. Con la maglia azzurra disputerà poi i Giochi del Mediterraneo 1983. In totale con l’Italia ha disputato 8 partite e realizzato 44 punti.

Dopo l’esperienza con la Viola, passa in Serie B con il Corato Basket. Approda poi all’Olimpia Pistoia, Resta a Pistoia quattro anni, dal 1990 al dicembre 1993, disputando 103 partite con 332 punti a referto.

 

 

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