Marco Verrigni: “La competenza spaventa. Il vero problema del basket? L’incompetenza dirigenziale”
di Giovanni Mafrici – Marco Verrigni, ex giocatore di Rosarno e Roseto e direttore sportivo dell’anno LNP nel 2025, era a Reggio Calabria e lo abbiamo incontrato per una lunga intervista. Tanti i temi toccati: dai ricordi in Calabria al Rosano, al presente da dirigente, passando per il futuro e le criticità del movimento cestistico italiano.
“Era il 2008, ero a fine carriera e indeciso per la distanza da casa, ma appena arrivato ho conosciuto persone fantastiche. È stata una bellissima esperienza, sono ancora in rapporti con tantissimi”. Un pensiero speciale per Antonio Iaria: “Il giocatore più atipico del basket calabrese, quasi da playground. Tiri strani, di tabella, difficilissimo da marcare: tutto talento naturale”.
Verrigni ha assistito all’allenamento della Viola Reggio Calabria, dove ha ritrovato Alessio Donadoni e Simone Fiusco. “È una neopromossa partita in ritardo sul mercato, ma mi sembra ben allenata e inquadrata”. Sulla differenza tra B interregionale e B nazionale: “Dopo la riforma e l’inserimento dello straniero in più, l’impatto è difficile. Servono un buon gruppo e uno straniero che sposti gli equilibri per fare un campionato tranquillo”.
“Metterei un gradino sopra le altre Pielle Livorno, Brescia e Roma. Poi c’è equilibrio e il livello medio si è alzato. Contano anche i budget: Piazza Armerina, San Vendemiano, Orzinuovi. E sono tornate piazze storiche come Reggio, Siena e Avellino, che non faranno le comparse”.
“Dopo due annate importanti a Roseto senza i frutti sperati, mi dedico anche allo scouting giovanile ad Ascoli. Mi aspettavo di essere direttore sportivo in pianta stabile, ma oggi la competenza può spaventare presidenti e società. Se vinci e fai bene, spesso vieni mandato via: è una manovra all’italiana”. Poi la frecciatina agli allenatori: “Troppo spesso dicono di non aver bisogno del DS perché vogliono fare mercato a propria immagine. Il direttore sportivo non è solo quello che fa mercato, è molto altro. Oggi è un ruolo troppo vicino alla proprietà, spesso un specchietto. Io non sono vicino a nessuno: faccio il mio lavoro e ognuno deve fare il suo”.
“I corsi di direttore sportivo? Assolutamente no, li ho fatti perché dovevo. Durano pochissimo e il paradosso è che la Federazione li rende obbligatori, ma tra A1, A2, B1 e B nazionale i direttori sportivi sono pochissimi”. Sul movimento: “Non sono d’accordo sul fatto che manchino i soldi. Il vero problema del basket oggi è l’incompetenza nella classe dirigenziale. Soldi ci sono, mancano competenza e uomini giusti al posto giusto”.
“Non mi pongo obiettivi. Mi piacerebbe rientrare a fare quello che so fare meglio. Il club e la categoria non contano: l’importante è che ci siano progetti importanti e persone che ti fanno lavorare”.


