Mimmo Melara, il Professore e la storia del suo gioiello:il Cap Reggio
Il professore Mimmo Melara ricorda le origini del CAP Reggio, la sua creatura, durante una partecipata intervista nel format Tiro da 4 condotto da Giovanni Mafrici su ReggioTv in compagnia del suo giocatore Peppe Scopelliti, playmaker fino alla Serie B. Una chiacchierata che è diventata un viaggio nella storia dello sport reggino e una riflessione profonda, a tratti amara, sul presente e sul futuro dell’attività motoria dei giovani.
Uomo di basket per eccellenza, ma con un passato da atleta completo (fu anche uno dei più forti giocatori di palla a mano della città e sperimentò rugby e baseball), Melara pone subito l’accento su un principio cardine: “L’attività polisportiva è basilare per qualsiasi atleta”. Una formazione a 360 gradi che applicò anche nella costruzione delle sue squadre.
È da questa visione che nacque una piccola rivoluzione tattica: la scelta di Peppe Scovellì come playmaker. “All’epoca i playmaker erano tutti piccolini. L’esempio lampante era Massimo Bianchi”, ricorda Melara. Ma il professore aveva un’intuizione: “Nasce da una proiezione futura della squadra. Era necessario averne uno alto perché l’impostazione di gioco diventava molto diversa e di conseguenza più imprevedibile”. Scopelliti, che prima aveva un altro ruolo, fu “costruito” per questo compito. Una scommessa vinta, figlia di una visione del gioco anticipatrice.
Il confronto con l’attualità è inevitabile e per Melara è netto. “Forse manca questo al basket di oggi: reclutare i ragazzi alti, portarli nelle scuole di basket. Oggi sembra diventato tutto troppo semplice e poco verso la qualità, verso il credere nel ragazzo”, afferma. Un problema che va oltre lo sport, investendo la società: “È cambiato tutto, i sistemi educativi sono stati stravolti in peggio”.
Il suo monito si fa ancora più grave quando parla delle nuove generazioni: “E ora con l’intelligenza artificiale i campionati si faranno con le dita. Di conseguenza si perderanno schemi motori che sono vitali per una vita di relazione. Accanto a questi schemi motori si perde una parte di umanità. E purtroppo non vedo all’orizzonte una possibilità di recupero”.
Come invertire la rotta? Melara indica due strade. La prima è un investimento serio nella medicina preventiva, ispirato a modelli che ha visto personalmente durante i suoi viaggi nell’Est Europa. Ricorda, commosso, una visita a Pilsen: “Un’équipe di medici controllava ragazzetti di 3-4 mesi in acqua, già osservando i movimenti per redigere un piano delle difficoltà che avrebbero potuto instaurare. Anticipando gli interventi, è possibile diminuire questi deficit. Significa fare medicina preventiva e risparmiare un sacco di soldi”. Una pratica opposta, sottolinea, agli interessi delle “società multinazionali del farmaco”.
La seconda strada è ritrovare il vero spirito della competizione. “Per spronarsi a vicenda, per fare bene, non si deve tendere verso il basso e unirsi nelle pochezze. Bisogna competere. È giusto competere”, dice, forse con un velato riferimento alle dinamiche dello sport locale. “Visto l’immobilità e la presunzione di essere primi in città… era un traguardo di scarsissimo interesse. Riusciremo a fare cose importanti in maniera diversa”, aggiunge, rievocando lo spirito di sfida che animava le sue imprese.
La conversazione con Mafrici si dipana attraverso ricordi personali e ritratti di figure iconiche. Come quello del dirigente Meduri, padre di Vincenzo: “Una persona molto in gamba, un tutt’uno con me. Fu lui a deviarmi: tornato da Roma, avevo un collegamento con Franco Scoglio per fare una squadra di calcio. Lui mi convinse a fare basket”.
Proprio su Franco Scoglio, Melara ricorda un visionario: “Aveva idee avanzate rispetto ai tempi. Già nel ’68 pensavamo di fare qualcosa in Africa per prendere talenti. Tutti ci guardavano con diffidenza e scherno. Ma noi, in base a ricerche universitarie, sapevamo che sarebbe stata evidente la supremazia di quegli atleti negli anni”. Una previsione che il tempo ha ampiamente confermato, oggi visibile nella supremazia degli atleti di origine africana in molti sport.
Emozionante il ricordo delle esperienze in Jugoslavia, frutto della sinergia del CAP con Trieste. “La prima volta che andai a Rega rimasi impressionato: il riscaldamento della squadra consisteva in 15 km in salita. In quel gruppo c’era anche Čosić, che poi andò in NBA”. E poi, la visita a una famiglia a Dubrovnik: “La mamma, piangendo, mi disse: ‘Per favore prendetelo, almeno da voi mangia’. La motivazione, nata da ambienti difficili, è tutto. Vivendo certe situazioni, dai ricchezza agli schemi motori che non hanno quelli che vivono davanti al televisore a smanettare”.
Con la passione intatta e lo sguardo lucido di chi ha visto nascere e crescere talenti, il professore Mimmo Melara lascia un messaggio chiaro: per salvare lo sport e, in parte, l’umanità dei giovani, serve tornare a investire sul corpo, sul movimento, sulla formazione completa e sulla sana competizione.


