NEGRI SI, MA ORGOGLIOSI DI ESSERLO

C Gold – Ricordate Claudio Negri? L’ex Viola Reggio Calabria è stato vittima di un incredibile episodio.

Si, ancora razzismo, immotivato e misero.

La vittima è un giocatore incredibile: un amante vero della pallacanestro che ha dispensato la sua energia anche dalle nostre parti, al primo anno di Serie B con Coach Massimo Bianchi alla Viola Reggio Calabria del “come back”. Negri ha sempre brillato per sportività e giocate: spettacolari le sue schiacciate.

Negli ultimi anni ha vestito la canotta azzurra della nazionale dei tre contro tre (coordinata dall’attuale tecnico della Viola Marco Calvani).

Leggete cosa è successo

Da Novara Oggi – il giornale di Arona

«Negro di m..da»; «Mani da negro sbuccia banane». Queste le frasi utilizzate da un giocatore di basket torinese per rivolgersi a un collega avversario, come si può immaginare, di colore.
Vittima Claudio Negri, classe 1985, alla sua seconda stagione nel Basket Club Trecate in C gold, con un passato nelle serie nazionali. Con la maglia azzurra Negri ha rappresentato l’Italia ai primi giochi europei in Azerbaigian nel 2015 e ai Mondiali in Cina l’anno dopo. «Ho sperato che il primo fosse un caso isolato, – commenta il giocatore rivolgendosi alla prima frase pronunciata il 3 dicembre dall’avversario – ci conosciamo, ha il mio numero, comunque siamo legati anche sui social, mi sarei aspettato una scusa, minima, almeno una parola». Invece non solo le scuse non sono arrivate, ma l’avversario sabato 17 ha rincarato la dose.
I fatti
Che cosa è successo? «In entrambi i casi sono stati due momenti per me in cui era insensato prendersela e lamentarsi, – spiega Claudio Negri – Nella partita di andata a Trecate eravamo sopra di una decina di punti e questo giocatore (che l’atleta per rispetto preferisce non citare: ndr) ha tentato di farmi un fallo “brutto”, per il quale ci saremmo potuti fare male e io gliel’ho detto, in modo diretto, ma senza insulti. Lui mi ha risposto con la prima affermazione che hanno sentito i miei compagni, qualche avversario, la mia panchina e anche l’arbitro che però ha cercato di smorzare un po’ i toni, dicendo che forse avevo sentito male. Sabato 17 invece è accaduto tutto dopo l’intervallo: eravamo noi sotto di cinque punti e ho subìto un fallo su tiro da tre e in lunetta ne ho centrati due su tre. L’errore è stato al primo tiro e lui mi è passato dietro dicendo che le mie mani da negro erano come pensava lui buone solo per sbucciare le banane; io ho sorriso senza nemmeno voltarmi e ho tirato». E il «bello» è che questa situazione ha svoltato la partita: «Ho infilato due triple consecutive e alla seconda mi sono girato guardando la panchina avversaria. Lì era seduto il giocatore in questione che nel frattempo il suo coach, fiutando qualcosa, aveva tolto, usando anche un time out. Un loro dirigente, lamentandosi, si è fatto espellere e questo ci ha dato due tiri liberi e il possesso della palla. Insomma abbiamo in un amen recuperato; – dice Negri – da lì alla fine della partita mi sono anche confrontato con un avversario: mi ha detto che non era stato tanto carino esultare davanti alla loro panchina, io ho risposto dicendo che il suo ragionamento poteva essere giusto ma gli ho precisato l’accaduto».
Cosa pensa di questa situazione?
«Al di là che davvero si è trattato di due situazioni in cui era fuori luogo insultarsi, posso capire qualsiasi cosa: da giocatore ci sta la tensione agonistica, ci sta tutto, ma fa riflettere che sia andato a proprio a tirar fuori il mio colore della pelle, siamo nel 2018. Ci sarebbero stati tantissimi altri insulti che avrebbe potuto usare, senza riferirsi per forza a quell’aspetto e il fatto che lo abbia fatto di nuovo, tanto che poi dalla panchina imitava con le mani il gesto dello sbucciare le banane, mi fa pensare».
E’ una situazione preoccupante?
«La fortuna è che si tratta di uno su 156 giocatori totali e 13 squadre, tra l’altro con altri giocatori di colore. Ho 33 anni e ne ho viste sui campi… Il problema di fondo credo sia un altro: a me non ha fatto né caldo né freddo e infatti non ho mai reagito, soprattutto perché la seconda volta gli ho anche detto che non vale la pena prendersela con i “buoni”, che sanno giocare. Ma chiunque avrebbe potuto reagire e cosa sarebbe passato? L’ennesimo caso di violenza su un campo di gioco sportivo. Passi tu dalla parte del torto, ma in generale l’immagine è quella di una rissa, perché anche le eventuali spiegazioni su insulti o altro risultano nulla. Succede, è successo tempo fa in Lega2, poi si è andati a fondo con la questione e il giocatore si è preso quattro giornate di suqlifica».
Precedenti?
«Mai, ho sempre ricevuto rispetto dagli altri perché ero il primo io, e lo sono tuttora, a essere rispettoso. E’ un rapporto reciproco tra colleghi giocatori».
Che cosa si potrebbe fare?
«Difficile dirlo. Sembrerà un riferimento troppo tirato, è successo per la bestemmia: prima non era punita, ora sì, anche con una multa. Bene, da quel momento si bestemmia molto meno in campo. Magari i giocatori le pensano, ma il segnale è chiaro: certe espressioni in campo non si dicono. E’ un messaggio che deve essere utile prima di tutto all’interno del nostro ambiente, serve per la comunità sportiva, per fare in modo che la futura generazione neanche si renda conto che ci siano persone diverse per il colore la pelle. Si è compagni e basta».
Cosa direbbe invece a chi ancora pensa a questa diversità?
«Nulla perché la paura del diverso non la cambi con un consiglio, direi forse qualcosa a chi subisce. Credo che si debbano considerare queste persone con superiorità, ma non razziale, perché poi commetti tu l’errore; la superiorità è intellettuale, chi dice cose del genere è meno intelligente. Se tu rispondi con la violenza affermi il contrario e occupi un gradino ancora più basso: è sempre la via che paga meno».
Assurdo che ancora oggi si parli di colore della pelle per citare differenze, assurdo lo si faccia proprio in un mondo come quello della pallacanestro dove forse la differenza si avverte, per le influenze dall’America, ma come senso di fascino: «I più grandi campioni di basket sono di colore, nel nostro mondo il bello è che ha sempre funzionato al contrario, in positivo, – continua Negri – c’è l’idea che sei hai uno “nero” in squadra hai già qualcosa in più perché per definizione è forte e sa giocare benissimo! Per cultura e abitudini per fortuna il basket ha sempre avuto un percorso opposto rispetto ad altre discipline dove il diverso è stato visto come invasore. E’ una bella immagine, un bel segnale», che potrebbe essere usato quasi come slogan per altre realtà, sempre che non venga macchiato, come in questo caso. Anche perché alla fine «chi parla è il campo, io con Trecate faccio i play off per il secondo anno in fila, i nostri avversari lottano per il secondo anno per non retrocedere. E’ il campo che dice chi è il più bravo», chiude sorridendo.

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