NEL RICORDO DEL GRANDE KIM
Non era nato qui ma qui ha sempre avuto gli amici più importanti, Max,Mark,Willy,Carlo e non solo. Non parlava la nostra lingua. Ma quando camminava su Via Marina,con le infradito, era già uno di noi.
Kim Hughes è volato in cielo pochi mesi fa. Oggi avrebbe spento delle candeline. Invece, nel giorno del suo compleanno, accendiamo il ricordo.
Perché a Reggio non si dice “era un giocatore”. Si dice: era il numero 8.
C’erano centri enormi, fisici, brutali, e poi c’era lui. Tecnica finissima. Devastante,elegante,mancino. E quella mano sinistra che sembrava disegnare i movimenti prima ancora di eseguirli. Un gigante buono, sì. Ma in area diventava un re.
La sua carriera, prima della Viola, era già un romanzo americano: 45ª scelta al Draft NBA 1974, 6 stagioni nella lega più bella del mondo, un titolo ABA al fianco di Sua Maestà Doctor J. Poi l’Italia. Roma, uno scudetto. E l’amore vero: Reggio Calabria.
Cinque anni alla Cestistica Piero Viola. Otto in Italia. Numeri da Hall of Fame.
Ma i numeri non raccontano la sera che entrava al Botteghelle (oggi Palabenvenuti,nel ricordo del suo Coach alla Viola)e la curva gridava “Forza Kim”. E noi bambini, dietro quel coro, imparavamo l’alfabeto dell’amore sportivo.
Non amava solo il basket. Amava la via Marina, i Bronzi di Riace (li andava a vedere con il suo compagno d’anima CJ Kupec), il Castello Aragonese, il profumo di mare e non solo. Kim era un cittadino reggino. Innaturale? Forse. Ma vero. A Reggio aveva trovato la sua America: quella degli abbracci lunghi, del caffè al bar, delle partite sotto canestro con i ragazzini del quartiere.
La leggenda non sarebbe nata senza follia. Il Giudice Viola, Mario Monastero e quel testardo di Benvenuti volarono a Denver. Kim aveva in tasca offerte da Knicks e Nuggets. Richieste folli. Sogni NBA. E loro? Lo convinsero a scegliere Reggio. Lui scelse la Viola e la scelse per sempre!


