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NEL RICORDO DEL TIFOSO GENTILUOMO MASSIMO RAPPOCCIO

 
Era il 26 giugno. Ventiquattro anni senza Massimo. Eppure, al Palapentimele, il suo spirito non se n’era mai andato.
 
La curva intitolata a lui non era solo un settore dell’impianto. Era un tempio laico dove il basket diventa poesia.
 
Quel pomeriggio, i tifosi si radunarono con le sciarpe della Viola al collo, come in una processione. Non c’erano cori , ma un silenzio pregno di significato. Qualcuno, tra i più giovani, si guardava intorno chiedendosi cosa rendesse Massimo così speciale. I più vecchi, quelli che lo avevano conosciuto, si scambiavano sguardi umidi. Loro sapevano.
 
 
C’era chi ricordava il suo sorriso prima di ogni partita, un sorriso che non chiedeva nulla ma dava tutto. Chi rievocava i viaggi in pullman attraverso l’Italia, quando Massimo era il primo a salire e l’ultimo a scendere, sempre con quella sua borsa piena di bandiere e striscioni fatti a mano.
 

 

“il tifoso gentiluomo” non fu solo un soprannome. Fu una filosofia.
 
I suoi atteggiamenti, talvolta combattivi e risolutivi raccontavano sogni. Perché la perfezione, per lui, era l’unica cosa che meritava il mito Viola.
 
Nel 2003, il tragico incidente stradale. Troppo presto.
 
Ma se il corpo può andarsene, lo spirito no.
 
I tifosi hanno portato il suo nome in giro per l’Italia. Quando la squadra giocava in trasferta, tra i cori si distingueva sempre un ritornello: “Massimo sempre con noi”.
 
Al termine della commemorazione, un giovane ragazzo, forse sedicenne, si avvicinò a un vecchio tifoso. “Ma com’era davvero?” chiese.
 
Il vecchio sorrise, gli occhi persi nel vuoto. “Era un fiume in piena, ragazzo. Ma un fiume che non allagava mai, che irrigava. Sempre in prima linea per la causa, propositivo, pungente quando serviva. Ma tutto… tutto per il Viola. Non c’era un secondo della sua vita in cui non pensasse a quei colori.”
 
 
 
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