NEL RICORDO DI COACH NUCCIO GERI
Erano le 18:47 di un pomeriggio qualsiasi, quando il Palazzetto di Archi ha smesso di essere solo un palazzetto. Quel giorno, il vecchio impianto ha ricevuto un nome nuovo, ma per tutti è diventato qualcosa di più: un’abbraccio di cemento e parquet che sa ancora di Nuccio. Perché Nuccio Geri non se n’è mai andato davvero.
Oggi, da lassù, starà “gridando”perchè un palazzetto con i cartoni sulle finestre, ed i vetri per terra non si può proprio vedere..(gestori, ex gestori, dove siete finiti?)
Se chiudi gli occhi, puoi ancora sentirlo.La tuta sempre un po’ sbottonata, e quel sorriso che partiva dagli occhi prima ancora che dalla bocca. Nuccio era così: la pallacanestro per lui non era tattica o schemi, era vita. La viveva con una semplicità che oggi quasi ci commuove, perché in un mondo di numeri e statistiche, lui parlava ancora di cuore.
E poi c’erano quelle frasi. Quelle che ancora oggi, a distanza di anni, riecheggiano tra i canestri della città.
“Gioia!”, urlava a un ragazzo che segnava il primo canestro in partita.
“Bellu mea, tira che hai una bella caligrafia!”, scherzava con l’ala che aveva il polso morbido. Perché per Nuccio, tirare era come scrivere una poesia: se hai la mano giusta, il foglio (o il canestro) lo firmi col tuo nome.
Sarebbero lunghe da elencare, quelle perle. Sono diventate il gergo quotidiano di chi oggi, a Reggio, prende un pallone in mano.
Giovanni Rugolo, della Reghion, ha preso la parola. Con la voce rotta dall’emozione ma ferma nella convinzione, ha raccontato i valori di Nuccio, quella passione che non si allena ma si contagia.
E poi, in un attimo di silenzio, Rugolo ha alzato lo sguardo. Ha guardato diritto davanti a sé, come se Nuccio fosse lì, in prima fila, con le braccia conserte e il suo ghigno bonario. E ha detto: “Questo secondo trionfo nazionale CSI consecutivo, lo dedichiamo a lui, al Coach Nicola ed a Pasquale Vazzana.”
La sala è esplosa in un applauso che sapeva di liberazione. Perché quelle vittorie non sono solo coppe alzate al cielo, sono la dimostrazione che il messaggio di Nuccio è ancora vivo: lo sport popolare, quello vero è la sua eredità più grande.


