PER SEMPRE MASSIMO MAZZETTO, QUARANTANNI MA SEMPRE NEL CUORE
Sono passati quarant’anni dalla scomparsa di Massimo Mazzetto, il playmaker della Viola che incantò Reggio e che unisce la Calabria con Padova. Quel ragazzo venuto dal Veneto e diventato per sempre reggino. Un filo invisibile lega ancora oggi la città dello Stretto al suo numero 14.
C’è una strada, nel cuore di Reggio, che è molto più di un semplice tornante viario. È una ferita e un abbraccio, un salto e un ricordo.
Unisce Via Reggio Campi alla sottostante Via Possidonea, e si chiama “salita Massimo Mazzetto”.
Un nome che suona come una preghiera per chi ha vissuto gli anni d’oro della palla a spicchi, e come una scoperta per chi, passando di lì, si chiede chi fosse quel ragazzo dal nome veneto e dal cuore calabrese.
Massimo Mazzetto era nato a Padova l’11 aprile 1965. Playmaker, regista, cervello. Colui che vede prima degli altri, che imposta l’azione, che con un movimento di polso manda a canestro il pivot, la guardia, l’ala, che essi siano, Kim Hughes, Mark Campanaro o Donato Avenia.
Era l’epoca in cui il basket, a Reggio, non era solo uno sport: era un fenomeno sociale, un rito collettivo. Il palazzetto delle Botteghelle,oggi Palabenvenuti nel ricordo del suo Coach, il primo a portare Reggio in Serie A, era il tempio. I gradoni in legno della curva e delle tribune gremiti fino all’inverosimile, il boato per una tripla che sembrava squarciare il cielo, il silenzio carico di attesa per i tiri dalla lunetta.
La stagione 85/86 si era appena chiusa, non bene per la Viola. Reggio era comunque carica, e Massimo, in attesa del meritato riposo, era stato convocato nella nazionale maggiore, che vanto per la squadra del Giudice Viola.
Quella sera del 17 giugno 1986, mentre l’Italia del calcio si apprestava a sfidare la Francia ai Mondiali, lui percorreva a piedi Via Reggio Campi, diretto a casa per godersi la partita in tv. Un gesto atletico, forse istintivo, chissà. Un salto. Nove metri di volo fatale che lo hanno proiettato nella discesa che porta a Via Possidonea. Un volo senza ritorno.
Massimo entrò in coma. Le ferite agli organi vitali erano troppo gravi. Il giorno dopo, all’ospedale di Reggio, il suo cuore smise di battere.
Quella Reggio cestistica rimase attonita, ferita, sgomenta. La chiesa di San Giorgio al Corso, nel giorno del funerale, pianse lacrime amare per un ragazzo che era diventato figlio di tutti. Ma il dolore, come spesso accade, si è trasformato in memoria viva.
Oggi, a quarant’anni di distanza, Massimo Mazzetto non è un fantasma.
È un’anima che vive ancora nel cuore dei reggini. Lo si incontra passeggiando sul Lungomare Falcomatà, dove la statua “Il Dono”, creata grazie al coraggio del compianto Gaetano Gebbia, racconta le sue gesta a chiunque passi. Lo si respira in ogni dribbling dei ragazzi che giocano nei campetti della città. E lo si ritrova nella maglia numero 14, ritirata “per sempre” dalla Cestistica Piero Viola, come un sigillo indelebile su un’eredità che nessuno ha mai voluto spezzare.
Ma il vero testamento di Massimo, forse, non è scritto nei tabellini né nelle statue. È racchiuso in un tema scolastico che scrisse da ragazzo. Parole che oggi, a distanza di quattro decenni, fanno ancora commuovere perché parlano di un’amicizia che non è retorica, ma sostanza.
“Io credo nell’amicizia, ma non perché mi hanno spiegato che è bella o perché con gli amici ci si diverte, ma perché è una cosa mia, che devo solo esprimere. Forse è uno stadio prima dell’amore, o una forma d’amore. Amore per sé stessi, per il proprio corpo, per il proprio pensiero, non racchiuso ma aperto a critiche e cambiamenti. Un amore che diviene gioia di vivere. Io amo quando gioco, mi diverto, rispetto chi ho davanti, arrivo ad essere amico dell’avversario, avendone però la convinzione di batterlo. Certe volte penso di essere drogato di basket, ma i drogati non amano quello che fanno. Forse è il mio modo di vivere, è il mio stile, è la mia vita.”
Ecco, quella è la sua eredità. Non i numeri, non le vittorie, ma la gioia pura di vivere il gioco.
Nelle settimane trascorse la sua città natale, Padova, grazie all’immutato amore del fratello Andrea ne ha celebrato il ricordo con la quarantesima edizione del Memorial Giovanile a lui dedicato, dove ha giocato la Lumaka del cestista con trascorsi alla Viola ed a Padova Lucio Laganà e dove, clamorosamente, hanno vinto due gemelli, i gemelli Attruia, figli di Stefano che, dopo la dipartita di Massimo prese il suo posto in prima squadra.
Oggi, alle ore 19.45, l’Associazione Viola Inside, ricorderà Massimo sul Lungomare Falcomatà, al Dono per un momento all’insegna del ricordo e della condivisione.
Oggi, a quarant’anni da quel salto, lo immaginiamo lassù, in un paradiso di canestri e assist.
A Reggio, a Padova, ovunque si ami questo sport, il suo nome è un passaggio, un assist, un gesto eterno. Quel salto di nove metri non ha fermato il tempo: lo ha reso immortale.


