Story

Quella scia luminosa di Dedric Willoughby

Pensa tu.

Si è spento a 49 anni, nel settembre del 2023. Un attacco cardiaco. Mentre giocava a pallacanestro. Come se anche l’ultimo respiro volesse spenderlo su un parquet, con la pelle che profuma di campo, le scarpe che stridono, il pallone che ancora rimbomba.

Dedric Willoughby se n’è andato così. In movimento. In palleggio.

E forse, chissà, stava facendo quello che aveva sempre saputo fare meglio: correre verso canestro.

Play/guardia. Leggera ed atletica. 190 centimetri per 81 chili di muscoli asciutti, quelli dei veri giocatori di strada, quelli che non aspettano il sistema ma lo inventano sul momento. Mai scelto dalla NBA. Una di quelle storie che fanno arrabbiare e innamorare allo stesso tempo: troppo bravo per non provarci, troppo “non conforme” per essere preso sul serio da chi i draft li scrive con la matita corta.

 

Ma l’Europa lo ha aspettato. E lui l’Europa l’ha attraversata come una meteora.

Tre anni. Dal ’97 al 2000. Reggio Calabria, Verona, Livorno. Tre tappe, tre anime diverse del basket italiano, tre modi di sentire la sirena prima della palla a due. E poi una parentesi improvvisa, quasi surreale: 25 partite a Chicago nella stagione 1999-2000. L’anno dopo Michael Jordan. L’anno in cui i Bulls cercavano un’identità, e Dedric provò a regalargli un po’ della sua.

 

Ma è a Reggio che vogliamo fermarci.

Nella stagione ’97-’98. Coach Gebbia in panchina, al suo fianco l’esperto Mike Brown. Due americani a guidare la Viola, due modi diversi di intendere la pallacanestro. Brown, la sicurezza, il manuale. Willoughby, l’istinto, la scommessa. E insieme, per un pugno di partite, hanno fatto sognare il Palacalafiore.

Dedric era un buon tiratore. Ma era anche qualcosa di più. Era uno di quei giocatori che tieni d’occhio anche quando non ha la palla, perché sai che da un momento all’altro può inventarsi qualcosa che non avevi previsto. Un passaggio tra le gambe, una sospensione in aria che sfida la fisica, un tiro da 4 (come piace dire da queste parti) che non avresti mai provato tu.

Istintivo. La parola perfetta per raccontarlo.

Poi il basket lo ha portato lontano. Fino a Sydney, in Australia. Lì ha chiuso la carriera. Lì ha messo il punto a una storia fatta di viaggi, di lingue diverse, di tifosi che imparavano a pronunciare il suo nome. E di campi, sempre campi. Ovunque.

Il 27 maggio Dedric avrebbe spento le candeline.

Non sappiamo quanti gliene abbiano accese, lassù. Ma immaginiamo che qualcuno, in un parquet senza tempo, abbia fischiato l’inizio della partita. E che Dedric, leggero come sempre, si sia alzato in aria per l’ultima volta.

Pensa tu.

Un attacco cardiaco. Mentre giocava a pallacanestro.

Forse non è un caso. Forse è il modo più onesto per salutare uno che al basket ha dato tutto, anche quello che non aveva: il suo tempo, la sua giovinezza, il suo cuore.

Letteralmente.

Ciao Dedric. Che il campo lassù sia sempre illuminato per te.

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