Scudo saluta il popolo giallo-rosso

La massima espressione del basket catanzarese dovrà fare a meno per la prima volta nella sua giovane storia (il sodalizio prese le mosse dopo il forfait della Pallacanestro Catanzaro) del regista Andrea Scuderi.

L’atleta è nato e cresciuto all’interno del progetto giallo-rosso dimostrando tanta ottima attitudine nello sport della palla a spicchi, professionalità e spirito di sacrificio che gli sono valsi i gradi di capitano dopo il ritiro dell’attuale head coach Andrea Cattani.

 

Il regista giocherà per la prima volta in carriera lontano da Catanzaro sposando il progetto universitario Luiss a Roma, compagine inserita nel medesimo girone della Planet.

Ecco la sua lettera:

In via XX settembre, in una delle strettoie più caratteristiche del centro, tra due palazzi è posizionato uno striscione che recita: “Il Catanzaro non si discute, si ama!”

Sebbene sia riferito alla mitica Uesse, credo che l’essenza di quella frase possa essere ricondotta a tanti aspetti del vivere quotidiano catanzarese. Ingenuamente, forse, ho sempre pensato che il posto in cui sono nato, le persone che mi hanno educato, i ragazzi con cui sono cresciuto, non fossero così malvagi come il “nostro” continuo piangerci addosso voleva farmi credere, ma che si potesse costruire qualcosa di importante anche in una città fatta di contraddizioni e mezze verità, di potenzialità e di sprechi, di talento e presunzione. Lo ammetto, sono stato fortunato e probabilmente l’amore che mi lega ai colori giallorossi, in ogni loro manifestazione, passa dall’incondizionata gratitudine nell’aver vissuto tutta l’adolescenza nella famiglia della Pallacanestro Catanzaro (ora Planet) e del suo network.

I miei più cari amici mi hanno sempre rinfacciato l’aver lesinato loro attenzioni e di aver dedicato gli anni più belli e più spensierati: quelli dei giardini di San Leonardo, delle grandi compagnie, delle prime cotte tra i banchi del liceo e delle prime feste in discoteca, ad un “semplice” sport.

Probabilmente dal loro punto di vista hanno ragione, ma credo di non mentire (prima di tutto a me stesso) quando dico che di questi dieci anni non cambierei una scelta e ripeterei ogni sacrificio.

Ed è sempre bello quando nella vita si può ammettere di avere qualche rimorso ma nessun rimpianto.

Esattamente dieci anni fa giocavo le mie prime partite con l’effigie dell’aquila dei tre colli sul petto. Un dodicenne che partecipava ai camp estivi, guardava le Finals NBA puntando la sveglia, ed andava a giocare al campetto con gli amici cercando di emulare le giocate viste sui VHS di Michael Jordan. Niente di più, niente di meno di migliaia di altri bambini.

Non avevo, e non ho sviluppato in seguito, alcun tipo di talento tecnico straordinario e soprattutto avevo un fisico sotto la media: magro, bassino e con dei piedoni lentissimi.

E se dieci anni fa qualcuno mi avesse predetto quello che mi sarebbe accaduto avrei consigliato al mio interlocutore di posare il tavernello, perché, quel che ho vissuto, è di gran lunga superiore alla più rosea aspettativa di realizzazione cestistica e personale che avessi potuto formulare.

Se mi avessero detto che un giorno mi sarei allenato con atleti che avevano giocato con la maglia della nazionale partecipando ad europei o vinto scudetti (Gus Tolotti, Joe Sabbia, Jack Sereni) non ci avrei creduto. Se mi avessero detto che mi sarebbero tremate le mani alla prima convocazione di coach Tunno per il ritiro con la prima squadra avrei risposto di non essere una persona emotiva. Se mi avessero detto che per alcuni anni avrei giocato al fianco di Andrea Cattani e non nelle squadre che artificialmente creavo alla Playstation avrei pensato ad uno scherzo di cattivo gusto. Se mi avessero detto che con una squadra con un’altezza media non superiore a 1,85 m, composta al 90% da “fratelli” catanzaresi, avremmo giocato alla pari con le migliori formazioni giovanili della penisola, mi sarei messo a ridere. Se mi avessero detto che un giorno sarei diventato capitano della squadra per cui, a 12 anni, facevo il pulisci campo e per la quale tifavo e tifo in maniera sfegatata avrei replicato che non ne sarei mai stato capace.

Se mi avessero detto che un giorno la gente avrebbe urlato il mio nome ad un mio canestro proprio come sognavo, da bambino, mentre da solo facevo la telecronaca delle mie gesta al campetto dietro casa, mi sarebbe venuta una pelle d’oca simile a quella che sto provando in questo momento scrivendo queste parole.

Per queste ed altre mille ragioni ed emozioni che sarebbe difficile mettere nero su bianco, sono debitore ad un’intera comunità, che non solo mi ha cresciuto ma che mi ha formato come uomo. Non credo sia il caso di fare un elenco di tutte le persone che hanno reso indimenticabile questo primo percorso di strada assieme, perché sarebbe riduttivo e banale rispetto al ruolo che effettivamente hanno avuto nella mia vita. Il prossimo anno, per la prima volta, non utilizzerò una maglia dalle tinte giallo-rosse rappresentante i valori della “sanguinis effusione”, ed ho svuotato il mio armadietto presso il Pala Giovino. Mi sono sentito onorato nel poter accettare la borsa di studio sportiva offertami dalla Luiss Guido Carli, un progetto senza eguali in Italia e nel poter regalare questa gratificazione accademica alla mia famiglia.

Ho deciso di affrontare una nuova avventura per mettermi alla prova anche in un contesto differente con l’intento, condiviso con la società, di tornare un giorno a casa più completo: come persona e come giocatore.

Il nuovo percorso è affascinante e contestualmente non esente da difficoltà ma se c’è una cosa che ho imparato è che, nel basket come nella vita, prima di pretendere minuti in campo, gratificazioni, riconoscimenti, bisogna dimostrare di avere qualcosa dentro. E per mostrare il proprio valore c’è necessità di lavorare con pazienza e dedizione.

Parallelamente, però, mentre mangio alla mensa e non a casa di mia nonna, mentre rientro a casa dall’allenamento in metro e non in macchina con mio fratello, mentre rischio di essere messo sotto dai motorini agli incroci e non vengo riconosciuto e fermato per scambiare due chiacchiere sulla squadra, capisco quanto l’aver potuto vivere questi anni bellissimi trascinato dall’affetto della mia famiglia e dall’entusiasmo dei miei amici, sia stato un grandissimo privilegio.

Un privilegio che adesso lascio a tanti altri ragazzi che spero possano avere la fortuna di assaporare la magia e l’incanto di lottare e vincere per la propria città, per la propria gente.

Domenica prossima proprio in queste ore comincerà un nuovo campionato anche per la Planet, con un gruppo, un allenatore (ed il suo staff ) ed un capitano che meritano tutto il sostegno e l’ammirazione della nostra comunità, perché grandi uomini prima che grandi professionisti. E nonostante il mio impegno, la mia dedizione ed ogni mia energia saranno a servizio del mio nuovo team, finita la partita il mio primo pensiero sarà quello di andare a vedere il risultato della squadra dove ho lasciato il cuore, anche perché non conta il nome che c’è scritto sul retro della maglia bensì lo stemma che si porta sul petto…

Grazie a tutti quelli che in questi giorni hanno speso un momento della propria giornata per mandarmi un messaggio,  farmi una chiamata o augurarmi in bocca al lupo.

Grazie perché proprio voi, in questi anni, avete contribuito a realizzare i sogni di un bambino innamorato della palla a spicchi.

E come una volta mi scrisse il mio grande amico Matteo Giuliano, in un messaggio dopo una sconfitta cocente, credere nei propri sogni rimane la cosa più bella che ci sia!

Ci vediamo presto…

Scudo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Show Buttons
Hide Buttons