Una vita da gigante, in punta di piedi, Enrico Cassì racconta Gaetano Gebbia
C’è chi cerca la prima fila e chi invece sceglie l’ultima, non per nascondersi, ma per vedere meglio tutti gli altri. Gaetano Gebbia era così. Un uomo capace di costruire grandezza nel silenzio, un gigante del basket che ha sempre preferito restare in disparte, lasciando che fossero i fatti – e i ragazzi che ha formato – a parlare per lui.
La città di Reggio Calabria che lo ha adottato ha voluto ricambiare quell’amore silenzioso. La palestra del Liceo Sportivo Alessandro Volta è stata ufficialmente intitolata alla memoria del coach. Una cerimonia carica di emozione, che ha visto la partecipazione di ex allievi, colleghi, dirigenti e appassionati arrivati da ogni parte d’Italia per rendere omaggio a una figura che ha segnato il basket reggino e nazionale.
A rendere ancora più toccante la cerimonia, la testimonianza dell’Avvocato Enrico Cassì, storico amico di Gaetano Gebbia, che ha voluto condividere un ricordo personale e vivido della loro giovinezza, restituendo l’immagine di un ragazzo già allora speciale, intraprendente e fuori dagli schemi.
«Che giovane era Gaetano Gebbia. Eh, Gaetano era incredibile», ha esordito Cassì, come riportato dai presenti. «Io mi ricordo il primo episodio incredibile. Lui girava con un Vespino 50, colore improponibile, un beige,.. penso che c’era solo quello in Europa, se era lui, sto colore assurdo».
Da quell’incontro casuale, è nata un’avventura che sembra uscita da un film. «Eravamo seduti in un bar, due due ombre da fuori strada da enduro. Lui mi dice: “Enrico, compriamo ste moto?” Ma io avevo un Vespino 50, non stavo in piedi. E lui: “No, no, domani mattina ti passo a prendere”».
Cassì ha raccontato l’acquisto improvviso di due moto identiche e la partenza senza meta, con una tenda canadese e la voglia di scoprire il mondo. «”Ma dove stiamo andando?” Era la fine di luglio, abbiamo finito di ricevere e siamo partiti senza sapere dove andare. Andava lui. Siamo arrivati fino a Capri senza parlare, perché io seguivo Gaetano con la moto nuova di zecca… Siamo stati 4-5 giorni, poi siamo tornati a Ragusa».
Un’avventura che racconta molto del carattere di Gaetano Gebbia: la sua capacità di trascinare, la sua voglia di esplorare e, soprattutto, la sua straordinaria umanità.
Ma l’uomo che ha guidato la Viola in Serie A, che ha scoperto talenti come Manu Ginobili e che ha vinto lo scudetto Cadetti nel 1995, era molto più di un avventuriero. Era uno studioso instancabile, un uomo di profondi silenzi che nascondevano una preparazione meticolosa.
«Quanta passione per la pallacanestro, quanta preparazione e quanto studio c’era dietro quei silenzi», ha ricordato Cassì. «Lui era uno che studiava in silenzio ed era geniale. Lui viene dalla scuola di Vittorio Tracuzzi inizialmente e quindi penso che la passione gli sia partita proprio da lì».
Un legame, quello con Tracuzzi, che Gebbia ha voluto celebrare scrivendo un libro monumentale sulla sua figura: “La pallacanestro di Vittorio Tracuzzi. L’interprete geniale di un basket attuale”. Un’opera che restituisce l’immagine di un uomo che non ha mai smesso di imparare e di insegnare, «uno studioso a 360 gradi», come lo definì lo stesso Gebbia parlando del suo maestro.
Cassì ha voluto ricordare anche un episodio che forse più di altri racconta l’uomo Gaetano Gebbia: la mancata firma con Varese, il club che all’epoca era il top del basket italiano.
«Lui aveva firmato con Varese, cioè firmato… mancò l’accordo con Varese. Per lui era il salto di qualità decisivo di una carriera che sarebbe stata pazzesca. Ma lui si fidava talmente dell’ambiente di Varese che non pretese di firmare il contratto».
Una fiducia riposta nel prossimo, che fu tradita. «Bastava una stretta di mano, uno sguardo per andare avanti. Il prossimo approfittò del fatto… lui prese un risarcimento, però avrebbe preferito continuare la stagione. Per difendere la posizione del suo preparatore ha preferito rompere il suo rapporto personale, che era un sogno per lui. Questo era Gaetano».


