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Francesco Cimino, l’ultima “bandiera”saluta così la Botteghelle

Oggi, per la prima volta dopo undici anni, il nome di Francesco Cimino non comparirà nelle liste della preparazione pre-stagione della Botteghelle Basket. Non è un addio ufficiale, forse è solo un arrivederci, ma per chi conosce il basket minorse il significato profondo dello “stare in panchina”, è una notizia che pesa come un verdetto.

 

Perché Cimino è stato, ed è, l’esempio vivente di una razza in via di estinzione: l’uomo-simbolo, il gregario che diventa pilastro, il giocatore che non si arrende mai, nemmeno quando il fisico e la statistica griderebbero “basta”.

Se nel calcio si ricordano i Bergomi, i Baresi, capitani eterni legati a una sola maglia, nel basket moderno, tra salti di contratto e mercato faraonico, figure del genere sembrano relitti di un’era passata. Eppure, Cimino è stato tutto questo, ma al contrario. Non era un fenomeno. Era, come lui stesso si definisce, “cicciottello”, poco atletico, senza un ruolo specifico, né alto né basso. L’identikit perfetto di chi, dopo i 18 anni, appende le scarpe al chiodo.

Invece ha resistito. Ha trasformato i limiti in punti di forza, limando il tiro da tre e affinando fondamentali che la stragrande maggioranza dei giocatori della sua categoria può solo sognare. Panchinaro, subentrante, role player, poi di nuovo panchinaro, e infine capitano. Un percorso a ostacoli che molti definirebbero “umile”, ma che nella sua essenza è stato un atto di pura, testarda fedeltà.

Grazie per uno straordinario insegnamento che andrebbe stampato in ogni Comitato Regionale che non da valore alla disciplina, in ogni casa di genitori che pensano di avere dei figli fenomeni e cambiano sport ogni tre mesi, in ogni ufficio sport che ritiene corretto far partire le attività ad Ottobre, nel programma elettorale di ogni politico che non ha mai visto una gara di basket minors.

Il post di Francesco Cimino, già capitano della Botteghelle

La squadra era molto forte, e io molto scarso, molto più di tutti i miei coetanei quell’anno; Sono sempre stato ne alto, ne basso, grasso, poco atletico e senza un ruolo specifico, insomma, l’identikit perfetto per chi smette di giocare dopo i 18, ma per qualche strana ragione, ero li, ad allenarmi coi grandi.

Ora ho 26 anni, all’alba dei 27. Dopo quella stagione li ne sono arrivate altre 10, 11 in totale.

Sono stato importante, panchinaro, subentrante, role player, ancora panchinaro e poi capitano.

Sono stato Under e “Allenatore”.

Ho incontrato giocatori, amici, compagni di vita, passanti, allenatori e mentori.

Tutto quello che sono cestisticamente lo devo alla botteghelle basket.

Io quest’anno non giocherò per la mia squadra e non so quando tornerò a me giocarci, ma oggi, 1 settembre, il giorno che di solito sancisce l’inizio della preparazione pre-stagione, il mio nome non comparirà nei gruppi, è stato strano, così strano da farmi dedicare queste parole.

Dopo più di 10 stagioni, la botteghelle sarà per sempre casa mia, anche se ancora, casa mia non so dove sta.

Grazie. #14

(non ho potuto taggare tutti, vi voglio bene uguale)

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