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Il Kukoč delle Canarie: il ricordo dell’ala spagnola che incantò lo Stretto

Chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare in riva allo Stretto, lo ricorda ancora con gli occhi che brillano. Perché lui, l’ala proveniente dalle terre vulcaniche di Tenerife, non era semplicemente un giocatore: era un pittore combattivo.
 
In tanti lo soprannominarono “Il Kukoč delle Canarie”. Un paragone che non era solo una questione di fisico longilineo o di mani morbide, ma di intelligenza cestistica. Come il mago croato compagno di Jordan ai Bulls, anche lui vedeva il gioco un secondo prima degli altri, con quel mix irresistibile di altezza e visione periferica che faceva sembrare tutto semplice, persino banale. Nato a Santa Cruz de Tenerife, la sua pelle profumava di salmastro e la sua pallacanestro aveva il ritmo lento e ipnotico delle onde dell’Oceano.
 
La sua lunghissima carriera inizia in patria, a Valladolid, dove muove i primi passi nel basket professionistico spagnolo. Ma è in Italia che la sua storia prende la piega del mito di provincia. A portarlo sotto il nostro cielo ci pensa Gaetano Gebbia(sempre lui), uno che di talenti se ne intendeva. È lui a scoprirlo, a portarlo nel campionato italiano e a lanciarlo in quella che sarà la prima delle sue due avventure in riva allo Stretto.
 
 
Diventa subito il faro della squadra: un’ala duttile, capace di giocare sia spalle che fronte a canestro, letale da fuori e elegante in penetrazione.
 
Dopo aver conquistato Reggio Calabria, la sua carriera lo porta a livelli ancora più alti. A volerlo con sé, in una delle piazze più prestigiose d’Italia, è Lino Lardo. Il tecnico, che lo aveva apprezzato e plasmato, lo chiama a seguirlo all’Olimpia Milano.
 
Ma il richiamo dello Stretto è forte, come una corrente marina. E così, dopo l’esperienza milanese, torna. Torna a Reggio Calabria per una seconda avventura, per chiudere il cerchio in una città che per lui è diventata casa.
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