CSI

Santo Vazzana, cuore e anima della Reghion: “Il secondo scudetto? Una sconfitta ci ha svegliati. E ora voglio tornare in campo”

Il due volte campione d’Italia CSI racconta un anno speciale: dal terribile infortunio al ruolo di “uomo in più” fuori dal parquet, fino al sogno di una dinastia. E sulla panchina… “Ci sto pensando”


A un anno di distanza, ci ritroviamo nello stesso posto. Bentrovato, Santo Vazzana. Due volte campione d’Italia CSI con la Reghion, ma questa volta lo scudetto l’hai vissuto in una veste diversa. Come stai?

«Purtroppo a febbraio è successo quello che è successo. Ho avuto credo il peggior infortunio che si può avere nel mondo dello sport come tempi di recupero. Sono ancora a metà del percorso, sono passati sei mesi, quindi mi auguro a febbraio di poter ricalcare i parquet con questa maglia. Ci stiamo lavorando».

 

Però non sei mai stato lontano dalla squadra. Anzi, ti sei speso in tantissime vesti.

«Era il minimo, era una cosa basilare. Stare vicino ai miei compagni, cercare di dare una mano a livello di sostegno morale, logistico. Pure alle finali ho provato a spendermi in tantissime vesti: lavare le divise, asciugarle, piegarle, andare a prendere il telecronista. Ho provato a dare tutto quello che avevo, anche supporto a Daniele Saccà. Alla fine ritengo di aver dato anche io il mio contributo, se non in campo».

Riavvolgendo il nastro: dopo la prima sconfitta contro Roma Nord, avresti pronosticato il successo finale?

«È stata una bella botta, devo dire la verità. Anche perché non è stata una sconfitta meritata, è stata rocambolesca: eravamo sopra di 13 , tutto stava andando bene. Loro avevano fatto 13 punti nel secondo tempo, un blackout. Escono dal timeout, bomba e fallo, e da lì andiamo giù e loro trovano canestri su canestri. Perdiamo in un modo che non ci si credeva. Credo però che sia stata la sveglia che ci serviva per il proseguio, per andare in campo sempre con più fame. E alla fine l’abbiamo dimostrato: con Perugia siamo andati avanti di più di 20 punti, con Mesagne di 26 all’intervallo, con Bustarsizio abbiamo fatto credo la miglior partita del torneo come conduzione, gestione e maturità, e con Alci abbiamo dato tutto quello che avevamo e di più. Alla fine è stata una sconfitta formativa».

Gli anni passano per tutti. Qualcuno ha dichiarato che lascerà la squadra. Provarci ancora, creare una sorta di record, potrebbe essere un micro obiettivo?

«Sicuramente quando perdi Pelli(Andrea Pellicanò), Simone Surfaro, probabilmente Scialabba (ma giustamente, anzi è stato un onore vederlo vestire la nostra maglia e complimenti a lui, che ci ha ringraziato e ha sposato il nostro progetto con un’eleganza e un’educazione unica). Sembrava già fa- parte del nostro gruppo da sempre. Eccezionale Giovanni, auguro il meglio per la nuova avventura) Però dobbiamo tirare un attimino le fila e capire se riusciamo a esserci numericamente, soprattutto perché l’anno è lungo e bisogna allenarsi in 10, in 12 con costanza. Se ci siamo numericamente, secondo me non ci saranno problemi a rifare la squadra, perché alla fine ci piace troppo stare insieme e basta una scintilla per ripartire con più fame. Di sicuro gli anni passano, quindi un minimo di ricambio ci deve essere, anche perché ci sono compagni di squadra che stanno diventando genitori».

State muovendo sul mercato?

«Sul mercato io qualche idea ce l’ho, però me la tengo per me e per Gianni Rugolo. Per il momento va bene».

Il percordo da Coach?

«Non voglio rubare la panchina a nessuno. Saccà ha vinto quattro scudetti, quindi… ma io ho vinto il torneo Pbk perché avevo la lavagnetta di Saccai in prestito. Quindi sì, è una cosa che ci sto pensando. Mi ha fatto pensare sicuramente e lo valuteremo soprattutto quando smetterò di giocare, perché ancora voglio tornare a giocare: è l’obiettivo primario. Sto male, mi sono abituato un po’ a vivere le partite fuori dal campo, però voglio tornare».

E la dedica?

«Sicuramente a papà Pasquale, perché è la prima persona a cui ho pensato a fine dell’anno scorso e di quest’anno. So per certo che lui ci avrebbe seguito in trasferta. Avrebbe dormito con noi in hotel, sarebbe stato parte del gruppo attivamente, avrebbe tifato come solo lui sapeva tifare, avrebbe vissuto la partita come solo lui avrebbe potuto viverla.  Sicuramente ho pensato subito a lui, infatti mi sono emozionato, ho pianto. E ho pianto anche per me, perché ho visto i miei compagni lottare come avrei lottato io in campo, a sputare sangue. È stato veramente bello come siamo diventati un collettivo del genere e abbiamo dato veramente qualsiasi goccia di energia per raggiungere questo obiettivo. Perciò lo dedico a mio padre, a me e alla mia squadra».

 

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