AAA, SISTEMATE IL PALACOLOR, E NON SOLO LUI, L’ALLARME ARRIVA DA PARTE DI UN TIFOSO DA MIAMI
C’è un tema che a Reggio Calabria torna ciclicamente, come le alluvioni quando piove dentro gli impianti stessi.
E c’è una domanda che sorge spontanea leggendo le cronache di queste settimane: ma siamo davvero sicuri che sia meglio spendere tutti quei soldi per il Palacalafiore, mentre gli impianti piccoli di quartiere continuano a cadere a pezzi?
Il Palacalafiore non è dimenticato. Tutt’altro: di lui si parla, si discute, si litiga, si fanno annunci su annunci. È sotto i riflettori, al centro dell’agenda politica e mediatica. Il problema è che tutti gli altri impianti, quelli piccoli, quelli di periferia, quelli che nessuno nomina mai, sono letteralmente invisibili. Vivono nell’ombra e nell’indifferenza, senza che nessuno, o quasi, si ricordi della loro esistenza.
La vicenda del PalaColor di Pellaro è emblematica. Daniele Tavella, imprenditore italiano in America, è tornato a Pellaro per le vacanze e ha realizzato un reportage sul campo del suo cuore, il PalaColor, che definire “da brividi” è persino riduttivo. Lo stato in cui versa il campo di gioco, con i canestri in condizioni tali da impedire persino alla Basket Pellaro di disputare il campionato di Serie B femminile, è la fotografia di un abbandono istituzionale che dura da troppo tempo.
Eppure, il PalaColor non è un impianto qualsiasi. La gestione sportiva operata da anni dal CSI Reggio Calabria è semplicemente pazzesca: 7 discipline sportive, 53 ore di attività ogni settimana, 530 atleti in campo. Gran Premi Regionali, Campionati Nazionali, Feste Polisportive, Laboratori Ludici, attività scolastiche. Un luogo dove lo sport diventa crescita, partecipazione, inclusione e comunità. Un avamposto educativo, un punto di riferimento per centinaia di famiglie.
Vedere il PalaColor in quelle condizioni fa male. Fa male perché significa vedere calpestato il lavoro di anni, l’impegno di tanti volontari, il diritto dei ragazzi a fare sport in un ambiente dignitoso. Fa male perché è l’ennesima dimostrazione di come, in questa città, si sia incapaci di custodire ciò che funziona.
Ma il caso del PalaColor non è isolato.
Sarebbe bello capire quanti impianti sono inagibili ma a che prezzo? Per vederli chiusi definitivamente o per anni e anni?
Tante, troppe situazioni di inagibilità in città e in regione. Quando piove, sono numerosi i casi di allagamento. Impianti piccoli, quelli di periferia, quelli che nessuno nomina mai, che vivono nell’ombra e nell’indifferenza. E allora viene da chiedersi: è davvero il Palacalafiore la priorità? Spendere milioni per un’opera faraonica mentre il tessuto sportivo di base si sgretola?
Va chiarito un punto: non è un discorso politico. In vent’anni si sono alternati uomini, partiti e schieramenti, e il risultato non è cambiato, ad esempio, allo Scatolone “Piero Viola”, è normale che possa piovere dentro per decenni. Il PalaColor oggi non ha bisogno di essere chiuso, perché chiuderlo recherebbe un danno enorme a tutta la comunità sportiva e sociale. Ha bisogno di essere sistemato, il prima possibile. Ha bisogno di interventi concreti, non di annunci.Di un tappeto nuovo, dei canestri e di tutto quello che serve.
La polemica, gli hype, veri o presunti che siano, servono. Purtroppo, in un mondo così mediatico, servono. Servono a stimolare la politica e le istituzioni a fare di più. Servono a tenere i riflettori accesi su un problema che non può più attendere. La speranza è che le risoluzioni siano più veloci della connessione a internet di questa città, che al momento, parlassimo d’impianto, parrebbe ferma a un 56k, Pentimele escluso.
Perché il PalaColor è molto più di un impianto sportivo. È un luogo dove lo sport diventa comunità. E la comunità, si sa, non si abbandona.


