Homo longus rare sapiens

 

 

Il basket italiano è uno sport inadeguato e sprecone, non più al passo con i tempi dopo aver rinnegato la sua principale diversità dalle altre discipline – essere innovativo – e dopo aver dilapidato un patrimonio di visibilità e di credibilità che ne facevano il secondo sport italiano: con un distacco sì netto dal calcio, ma con un vantaggio altrettanto largo sugli sport “inseguitori”. Ed è o dovrebbe essere questa la vera rabbia nell’ennesima estate dolorosa: la rassegnazione, l’acquiescenza quando non l’accelerazione di tutto il sistema a questo progressivo crollo di forma e di sostanza della nostra pallacanestro.

Non sono i casi isolati delle ultime ore ad attizzare la fiamma dello sdegno, perché di club potati o peggio abbattuti come alberi secchi ce ne sono già stati. No, è la ripetuta certezza che l’intero comparto cestistico non funziona, prostrato da una crisi ad ogni livello che anziché provocare la capacità di reazione ha invece portato tutti a rinchiudersi a difesa del proprio orto o parrocchietta.

Io punto il dito accusatore su un Consiglio Federale che da tempo vivacchia nella mediocrità e su quei presidenti dei Comitati Regionali che dopo aver nascosto la polvere dei loro insuccessi sotto un tappeto stanno già pensando alle candidature e alle alleanze per le elezioni. Poi, su una Lega Basket che ormai, davvero, per come è ridotta, non ha più senso di esistere, semplice macchina di ordinaria amministrazione per club che fanno a modo loro senza progettualità comuni, non dico di sviluppo ma almeno di conservazione del poco che restava.

Pochi soldi e minori idee, nessuna voglia di ricostruire le macerie ed entrata del basket nel tunnel che porta al vicolo cieco dello sport di nicchia e non per pochi eletti, ma per pochi adepti.

Non ne faccio una questione generazionale, non appartengo alla schiera di chi pensa di risolvere tutto semplicemente concedendo spazio a chi “è nato dopo”. E’ questione di bravura, di cose da dire e di cose da dare. Possono essere dette per la prima volta o ripetute per la centesima, ma la distinzione la deve fare la qualità dei contributi e mi appare scarsissima quella fornita da club di vertice e istituzioni da almeno un decennio.

Se la rivoluzione non si può fare, penserei invece ad una sorta di lockout, ad una chiusura dei lavori in corso che potrebbe anche far partire i principali campionati un mese, 40 giorni più tardi. Purché le macchine vengano fermate ora, subito e si provveda immediatamente ad una ristrutturazione globale: dalle formule dei campionati alle tasse gara. Chi lo dovrebbe fare, questo? Ad esempio il presidente del Coni, dal 13 agosto, giorno successivo alla chiusura delle Olimpiadi, con un atto di imperio: commissariamento della Fip, delle Leghe e di qualsiasi organismo di categoria. Venti giorni per riscrivere le regole, un mese per dare a tutti la possibilità di adeguarsi e poi via all’attività agonistica. Non è che il Governo Monti abbia avuto tempi più larghi per insediarsi, né aveva problemi più piccoli da affrontare. Ma là c’era anche un Europa e mercati internazionali con cui confrontarsi; qui c’è solo l’Italietta dei Comuni, i campanilismi e le piccole cose di pessimo gusto. Dunque, temo, non se ne farà niente e fra un anno saremo ancora qui a fingere di stupirci per collassi inattesi, scomparse premature ed una pallacanestro sempre più pesante, bolsa, brutta da vedere e figuriamoci da commentare.

FRANCO MONTORRO

da Dailybasket.it

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